Quando ho fretta, immancabilmente, succede sempre qualche imprevisto, che mi fa perdere altro tempo.

Aeroporto di Lamezia Terme. Sabato. Ore 22.00.

Tanto per cambiare, il mio volo Ryanair è in ritardo, di circa 40 minuti. Siamo tutti in piedi, in fila davanti al Gate, da oltre mezz’ora. Mi maledico per non aver acquistato il posto. Ora devo avere pazienza, non posso rischiare di non trovare spazio nella cappelliera dell’aereo, pena l’imbarco del mio bagaglio. Il che significa altro tempo perso a Orio.

Probabilmente non sono l’unico ad avere questo timore. Infatti i passeggeri iniziano ad agitarsi. La tensione esplode quando, per recuperare il ritardo, ci bloccano dentro un tunnel in attesa che l’aereo, appena atterrato, sbarchi tutte le persone a bordo. Nel tunnel siamo in tanti, e manca l’aria. Un bambino inizia a piangere, isterico per la stanchezza. E’ la goccia: un signore, dal fondo del tunnel, inizia ad urlare.

“Non siamo bestie! Vergognatevi!”

Ecco, ci mancava la scenata delle 22.45.

Il tizio continua ad urlare in modo sguaiato. Vedo lo sguardo spaventato dei figli di una signora al mio fianco: chissà cosa pensano del tipo che urla, mi chiedo.

Dopo qualche minuto ci muoviamo.

“Ti serve una mano?” chiedo alla signora con i figli.

“Magari, ti ringrazio”. Ma arrivati vicino al volo mi dice che il suo posto è dietro, salirà dalla coda. Grazie lo stesso.

Il mio posto è nella fila 16. Che culo, dice una voce dentro di me, per un pelo…

Come sempre non scoppio di felicità all’idea di dover volare. Ma è tardi e voglio tornare a casa mia. Ed ecco l’imprevisto.

Dietro di me, fila 17, quella larga con le porte d’emergenza, è seduto un signore apparentemente poco raccomandabile, alto due metri, rasato, con una decina tra orecchini e piercing. Al suo fianco un bimbo piccolo. Alla sua destra  altri due bambini, di cui uno sui 10 anni. In mezzo l’hostess, che cerca di convincere l’energùmeno a spostare i figli: i minori non possono stare seduti vicino alle porte d’emergenza.

Ed ecco la scenata delle 23.10.

Il colosso non ne vuole sapere: lui ha comprato quei posti proprio perchè sono più larghi e comodi. Quindi si mette ad urlare.

L’hostess mantiene la calma, sorride, e cerca di negoziare.

“Mi scusi, se la sente di sedersi nella fila 17 al loro posto?” mi chiede ad un certo punto.

“Certamente” rispondo sorridendo. Che palle la fila 17, pensa la voce dentro di me.

Ma l’omone non ci stà, e continua ad urlare contro l’hostess. Provo ad intervenire.

“Senti, te li tengo io i due bimbi piccoli qua davanti”.

La belva mi guarda, l’occhio rosso per la tensione.

Silenzio.

Mi risponde mugugnando una cosa del tipo “No, questi sono tutti scemi, hanno rotto le palle”, e altre cose carine, mentre fa alzare i bimbi e insieme a loro si posiziona (sarebbe meglio dire si incastra) al mio posto.

Ed eccomi dietro di lui, nella fila 17. Guardo teso le scritte sulla porta di emergenza, ma appena mi vengono in mente scene catastrofiche decido di chiudere gli occhi, cercando di dormire.

“Mi scusi”.

Di nuovo l’hostess.

“Visto che Lei è seduto in questa fila le devo chiedere la collaborazione in caso di emergenza. Come vede, lì c’è la manopola per…”.

Ma porca puzzola…

“…e questo serve, tirando, per…”

Ma perchè proprio io…

Decollo. Il sonno mi è passato del tutto. Di fronte a me, il cerbero mitologico. Ha volato per tutto il tempo con le cinture slacciate: il personale di bordo ogni volta che arrivava a lui “saltava” il posto, e ricominciava a ricontrollare le cinture da me in poi.

Il suo piccolo, seduto a sinistra, si addormenta appoggiandosi al padre. Osservo attentamente i due: lui, che qualche minuto prima faceva tremare l’aereo, coccola il bimbo con una dolcezza inaspettata. Carezze e sguardi preoccupati. Il gigante terribile pare si sia trasformato.

L’apparenza inganna.

Quando l’uomo si sente minacciato reagisce sempre con aggressività.

Il figlio maggiore chiede una cosa all’omone: non parlano in italiano. Probabilmente vivono tutti all’estero, e ogni tanto tornano a trovare i nonni in Calabria. Mettendomi nei suoi panni immagino perfettamente quanto sia stressante viaggiare con tre bambini, soprattutto di notte.

Atterraggio.

Lui, dopo averlo vestito, si carica il piccolo addormentato in braccio, mentre con l’altra mano cerca di afferrare i quattro bagagli.

Gli tocco una spalla:

“Ti aiuto a portare le borse?”.

“Ti ringrazio, magari alla scaletta se non riesco ti chiamo”, risponde lui sorridendo, lo sguardo sincero dell’omone buono e brusco nei modi.

Alla fine dovrò metter via l’abito della crocerossina, perchè l’omone non cercherà il mio aiuto, optando per la discesa barcollante (ma con orgoglio) carico come un mulo.

Orio al Serio.

La processione silente degli ultimi passeggeri arrivati da Lamezia.

Vedo l’omone allontanarsi, imponente.

Tiene strette le tre creature.

Il loro viaggio non è ancora finito.

 

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