{"id":47,"date":"2014-12-19T14:52:25","date_gmt":"2014-12-19T14:52:25","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/caputo\/?p=47"},"modified":"2014-12-19T14:52:26","modified_gmt":"2014-12-19T14:52:26","slug":"la-lenta-decadenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/caputo\/2014\/12\/19\/la-lenta-decadenza\/","title":{"rendered":"La lenta decadenza"},"content":{"rendered":"<p>Voglio cominciare con un&#8217;affermazione forte, anche se sono consapevole che non tutti la condivideranno: la mia generazione, che ha vissuto la guerra da bambino ed \u00e8 poi stata la protagonista della ricostruzione, \u00e8 stata la pi\u00f9 fortunata nella storia d&#8217;Italia (e se si guarda oltre frontiera, forse anche della storia dell&#8217;Occidente). Abbiamo vissuto, con brevi interruzioni, 50 anni di continuo progresso, in cui il Paese rinasceva intorno a noi con tanti difetti ma anche moltissimi pregi. Non abbiamo mai avuto seri problemi\u00a0per trovare lavoro, e neppure\u00a0per cambiarlo a nostro piacimento, perch\u00e9 nascevano sempre nuovi posti che aspettavano di essere occupati e nuove iniziative che andavano seguite. C&#8217;era soprattutto, in tutti i ceti, anche nei meno fortunati, una atmosfera di ottimismo sul futuro, di consapevolezza che salvo inaspettati cataclismi\u00a0il nostro domani sarebbe stato &#8211; o almeno poteva essere &#8211; migliore dell&#8217;oggi, e che alla fine della vita lavorativa avremmo goduto di una pensione decente.\u00a0 Abbiamo sofferto, s\u00ec, delle continue svalutazioni della lira (che ora tutti i nemici dell&#8217;Euro rimpiangono, ma che rendevano pi\u00f9 care le importazioni e i viaggi all&#8217;estero); abbiamo dovuto sorbirci governi spesso incapaci, che per giunta cambiavano ogni pochi mesi, ma nello stesso tempo abbiamo goduto di una stabilit\u00e0 politica di fondo\u00a0che allora non ci piaceva troppo e tuttavia ha giovato alla cresciuta del Paese; avevamo gli stessi problemi di oggi con la burocrazia, i sindacati e quant&#8217;altro, ma forse erano meno incancreniti di adesso; abbiamo avuto il terrorismo nero e rosso e i conseguenti anni di piombo, che sono stati sanguinosi e\u00a0angosciosi (e ve lo dice uno che, essendo nel mirino delle BR, ha vissuto per cinque anni sotto scorta) ma\u00a0da cui siamo\u00a0usciti a testa alta; abbiamo avuto Tangentopoli, con la sua scia di vergogne, di suicidi e di pesanti conseguenze politiche, ma \u00e8 stata anche una specie di catarsi di cui il Paese aveva bisogno; abbiamo vissuto all&#8217;ombra della guerra fredda, ma l&#8217;equilibrio del terrore impediva che i vari conflitti locali e perfino le invasioni sovietiche dell&#8217;Ungheria e della Cecoslovacchia degenerassero nella terza guerra mondiale. La nostra grande fortuna, tuttavia, \u00e8 stata un&#8217;altra: Mao, Stalin, Brezhnev e i loro compari hanno impedito per quasi mezzo secolo a un terzo dell&#8217;umanit\u00e0 di competere sui mercati, lasciando\u00a0noi europei\u00a0&#8211; insieme con l&#8217;America e poi con il Giappone &#8211; padroni del campo anche se avevamo appena perduto le colonie.\u00a0Questa situazione di privilegio ci ha permesso di concederci lussi &#8211; o se preferite il linguaggio della sinistra, conquiste &#8211; una volta inimmaginabili e che oggi, negli anni della globalizzazione e della perdita di competivit\u00e0,\u00a0sono diventati un handicap. Inoltre, nei 50 anni della nostra vota attiva, ci sono stati tali progressi tecnici da cambiare radicalmente la qualit\u00e0 della nostra vita. Basti pensare a quello che \u00e8 successo nella mia professione: ho cominciato trasmettendo il mio primo servizio con un telefono a manovella, sono passato attraverso la teleselezione, il telex, il fax e sono approdato a Internet, che mi consente di inviare istantaneamente testi e fotografie schiacciando un bottone. In un certo senso, abbiamo cambiato il mondo, e ne abbiamo tratti i benefici. Abbiamo impresso una impressionante accelerazione alla storia, perch\u00e9 le differenze tra la met\u00e0 del secolo e la sua fine sono state superiori a quelle tra il mondo di Alessandro magno e quello di Napoleone.<\/p>\n<p>La fortuna della nostra generazione \u00e8 stata solo in parte ereditata dai nostri figli &#8211;\u00a0per intenderci quelli che si sono affacciati al mondo del lavoro negli anni Ottanta &#8211; e per nulla dai\u00a0 nostri nipoti,i quali \u00a0soffrono oggi non solo del peggior tasso di disoccupazione della storia, ma portano anche il peso degli errori compiuti dai loro nonni e padri, che oggi pesano come macigni sulla situazione italiana: su tutti gli altri, l&#8217;accumulazione di un debito eccessivo, con cui ci siamo (colpevolmente) finanziati l&#8217;epoca d&#8217;oro dell&#8217;ultimo scorcio del Novecento. Hanno avuto le sfortuna supplementare di\u00a0incappare nella pi\u00f9 lunga recessione nella storia della Repubblica, importata dall&#8217;estero ma moltiplicata da istituzioni che non hanno tenuto il passo con i tempi.\u00a0Anche quando non sono costretti a farsi mantenere, in tutto o in parte, dai nonni e dai padri che hanno\u00a0avuto la fortuna di potere\u00a0accumulare qualche risparmio, vivono in una atmosfera impregnata di pessimismo e priva delle aspettative che, per noi,\u00a0rappresentavano lo stimolo. L&#8217;impressione, anche degli stranieri che ci conoscono meglio, \u00e8 che l&#8217;Italia abbia perso la sua spinta propulsiva, come dimostra anche la riluttanza dei giovani a accettare certi mestieri e la necessit\u00e0 di ricorrere a tanta\u00a0manodopera importata quando abbiamo il 12 per cento abbondante di disoccupazione. Questo Paese stanco si trova a competere in un mondo che, con l&#8217;affrancamento dal comunismo (economico)\u00a0di tanti Paesi, dalla Cina all&#8217;Europa dell&#8217;Est, e l&#8217;emergere di nazioni che ancora trent&#8217;anni fa erano &#8220;Terzo\u00a0mondo&#8221;\u00a0\u00e8 diventato sempre pi\u00f9 competitivo, sempre pi\u00f9 deciso a occupare gli spazi che una volta erano nostri.<\/p>\n<p>Il grande interrogativo \u00e8 se questa ultima generazione riuscir\u00e0 a portare fuori l&#8217;Italia dalla palude, e ripetere\u00a0quella opera di ricostruzione che \u00e8 stata il nostro vanto (\u00a0ricordate quando la lira prese ,l&#8217;Oscar delle monete?). Il problema \u00e8 che oggi non si tratta di ricostruire case e fabbriche, di dotare tutti di automobili, televisioni ed elettrodomestici, ma di cambiare le istituzioni; e il compito \u00e8, a mio avviso, pi\u00f9 difficile, perch\u00e9 incontra pi\u00f9 resistenze palesi ed occulpte. Spero con tutte le mie forze che ce la faccia, ma non vedo rosa nel futuro. Vedo, piuttosto, una\u00a0strisciante ma progressiva\u00a0decadenza, in parte autoinflitta da una classe dirigente che non \u00e8 all&#8217;altezza di quelle che ci portarono alla vetta. Sono, francamente, preoccupato per i miei nipoti, e non mi stupisco di quanti abbiano deciso di emigrare verso altri lidi. Ma, soprattutto, mi auguro di sbagliarmi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Voglio cominciare con un&#8217;affermazione forte, anche se sono consapevole che non tutti la condivideranno: la mia generazione, che ha vissuto la guerra da bambino ed \u00e8 poi stata la protagonista della ricostruzione, \u00e8 stata la pi\u00f9 fortunata nella storia d&#8217;Italia (e se si guarda oltre frontiera, forse anche della storia dell&#8217;Occidente). 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