Era la metà degli anni Ottanta.

Personalmente mi stavo divertendo parecchio.  Che tempi!!!

Il mitico Clay Regazzoni all’epoca collaborava con Quattroruote e a fine 1986, nella sua rubrica, commentò il rocambolesco finale del mondiale ad Adelaide.

Quello in cui  Mansell aveva perso il titolo per una gomma scoppiata mentre se lo stava giocando con Piquet e Prost.

Alain, che poi lo vinse.

Mi è tornata in mente quella rubrica perché ieri, un lettore, Agostino,

mi ha fatto notare, citando proprio Mansell nel 1986,  che anche a quei tempi le gomme avevano ruolo condizionante per cui non era il caso che criticassi tanto.

L’analisi di Clay (scomparso nel 2006 in un incidente stradale a Parma) regala però l’esatta misura di come una gomma dovrebbe condizionare in F1. Non oltre quello. Così da esaltare l’assetto della monoposto e lasciare il pilota libero di tirar fuori tecnica, coraggio, intelligenza e sfighe varie se proprio al suddetto driver non  riesce di meglio.

Per la verità – e per chi avesse voglia di giungere in fondo al lungo articolo – Regazzoni racconta anche di compagni di squadra e di come un team dovrebbe gestirli.
PERCHE’ MANSELL E’ SCOPPIATO SUL TRAGUARDO

di Clay Regazzoni
Il campionato mondiale di “formula 1” 1986, combattuto dall’inizio alla fine, si è concluso in Australia con un fuoco d’artificio di sorprese e di errori. Nigel Mansell si è autoeliminato ritardando pochi secondi nel decidere di sostituire le gomme; Nelson Piquet ha sbagliato tre volte. E Alain Prost ha vinto il titolo per un colpo di sfortuna. Si è molto discusso, confusamente, su questo finale incandescente che ha visto sul traguardo due campioni del mondo a 4 secondi l’uno dall’altro. Secondo me, i fatti sono chiari. Eccoli.

Ho provato anch’io la rabbia di perdere un titolo mondiale nella gara conclusiva per una questione di gomme. Mai visto, però, un campionato come questo del 1986, risolto dalle avventure e disavventure degli ultimi giri dell’ultimo Gran Premio.
Sul circuito australiano di Adelaide partivano nelle prime due file tre candidati al titolo: piloti esperti e determinati come Nigel Mansell, Nelson Piquet e Alain Prost. Paradossalmente, Prost è stato favorito da un colpo di sfortuna. Quando è rientrato ai box al 32° giro imprecando alla sorte che gli aveva fatto forare una gomma, non poteva immaginare che proprio quella forzata sostituzione dei pneumatici gli avrebbe procurato la vittoria.
In mattinata avevo chiesto ai direttori delle squadre come si sarebbero regolati con le gomme. Nessuno aveva programmato una sostituzione certa. I tecnici della Goodyear avevano calcolato che, considerando il clima quasi freddo, le vetture avrebbero potuto concludere gli 82 giri del Gran Premio senza cambiare i pneumatici, con una condotta di gara non esasperata. Lo spessore residuo del battistrada si sarebbe ridotto però a mezzo millimetro. Le squadre avevano pertanto  stabilito di non sostituire i pneumatici, a meno che le circostanze non lo esigessero.
Quando Prost sostò ai box per la foratura, nulla faceva prevedere eventuali crisi di gommatura per Piquet e Mansell. Il francese non si lasciava deprimere tuttavia dalla penalizzazione sofferta: con le gomme fresche, senza più l’incubo di quel mezzo millimetro di battistrada da risparmiare, si buttava all’inseguimento e in 30 giri recuperava il distacco.
Il festival degli imprevisti e degli errori è iniziato allora. Rosberg, in testa fin dai primi giri, guidava sgommando come un matto all’uscita di ogni curva, una ventina di secondi più avanti di Piquet, Mansell e Prost. Secondo me si divertiva a correre da selvaggio, come piace a lui, il suo ultimo Gran Premio, prima dell’annunciato ritiro. Al 62° giro, però, una gomma della McLaren di Rosberg ha ceduto ai maltrattamenti saltando in pezzi.
Proprio davanti alla sua monoposto ferma a un angolo di strada, l’altra McLaren di Prost ha superato un docile Mansell, che si sentiva ormai il titolo mondiale in pugno: a lui bastava infatti arrivare terzo per vincerlo, fosse pure primo Piquet o Prost. Ed ora era saldamente terzo.
Saldamente un accidente: il giro dopo, a 300 all’ora su un rettilineo, anche alla Williams di Mansell una gomma posteriore esplode e si frantuma: 300 metri di paura, di freddo controllo del volante finché la velocità si riduce, poi lo stop contro un muro.
A questo punto Piquet, in testa, è potenzialmente campione del mondo per la terza volta, ma tallonato minacciosamente da Prost, che ha solo una trentina di giri nelle gomme e non teme di dover fare la fine di Rosberg e di Mansell.
E’ ciò che teme invece Piquet; è ciò che teme la Goodyear (per il danno d’immagine che riporterebbe dallo scoppio di una terza gomma); è ciò che teme la squadra Williams (per il rischio del pilota). Il box chiama Piquet via radio: come va la macchina? Ancora bene. Senti vibrazioni? Sì, ci sono vibrazioni. Allora, rientra. Piquet obbedisce. Sostituite le gomme, riparte come una freccia. Al termine mancano solo 18 giri: il titolo mondiale è là, 19 secondi più avanti, nelle mani di Prost che è ormai impossibile raggiungere anche se deve prudenzialmente rallentare. Al traguardo, Prost è campione del mondo per il secondo anno consecutivo, precedendo Piquet per 4 secondi appena.

Questi i fatti, che ho voluto riassumere perché resteranno memorabili nelle cronache della “formula 1”. Quattro anni fa Frank Williams, commentando il titolo strappato dal suo pilota Keke Rosberg che aveva vinto un solo Gran Premio, ammise sportivamente: “Questo campionato del mondo non l’abbiamo vinto noi, lo ha perso la Ferrari”. Oggi Williams potrebbe dire: “Il titolo piloti lo abbiamo perso noi”.
Chi ha sbagliato in Australia, e come? Molti hanno attribuito le colpe della disfatta alla direzione sportiva e tecnica della Williams. Io non sono d’accordo. Ragiono da pilota. Nonostante tutte le possibili radiocomunicazioni tra box e pista, l’ultima decisione in gara spetta sempre al pilota. E’ lui che ha il volante tra le mani; è lui che deve stabilire se vale la pena di correre un rischio o no. Se la decisione è sbagliata o tardiva, la responsabilità è sua.
Mansell, per la verità, non ha sbagliato nulla ad Adelaide fino al 62° giro. Ha guidato risparmiando le gomme e la vettura, senza tuttavia perdere terreno. Ha sbagliato nell’attimo in cui è passato davanti alla Williams di Rosberg che si fermava perdendo pezzi di gomma.
Di colpo, in quel momento, mutava la fisionomia della gara e squillava nel contempo l’allarme pneumatici. Mansell, lasciandosi superare da Prost, era comunque terzo e campione del mondo. Dietro c’era Patrese distaccato di un giro. Dai box potevano sapere o non sapere ancora che cosa era accaduto a Rosberg. Mansell però aveva visto la vettura ferma. In quell’attimo doveva decidere di rientrare immediatamente a sostituire le gomme, con la certezza di restare in terza posizione e vincere il titolo. Non doveva attendere l’ordine dei box, che è venuto tardivo. Doveva prendere l’iniziativa. Un giro dopo era troppo tardi. Certo, era difficilissimo reagire con tanta rapidità, spossati da due terzi di un Gran Premio decisivo. L’errore di Mansell ha questa attenuante.
Non hanno scusa, invece, gli sbagli di Piquet. Mi dispiace dirlo, perché l’ho sempre ritenuto uno dei pochi, grandissimi, autentici piloti, ma stavolta Piquet ha corso male. E’ partito furiosamente, compiendo sorpassi a ruote bloccate, come di solito non fa, a rischio di compromettere subito le gomme; difatti, è sembrato poco dopo in difficoltà e ha rallentato il ritmo; si è portato davanti a Mansell senza poi riuscire a distaccarlo, sebbene il suo compagno di squadra guidasse con più calma; è persino incorso in un testacoda, che l’ha costretto a un febbrile recupero.
L’errore finale lo ha commesso quando si è trovato in testa, dopo l’eliminazione di Mansell, obbedendo all’invito dei box e rientrando per sostituire i pneumatici. Doveva decidere da  sé e correre il rischio di restare in pista. Era in gioco un titolo mondiale, non un qualsiasi Gran Premio. Continuando a correre, avrebbe potuto contenere gli attacchi di Prost, o forse no. Doveva comunque tentare. In quanto al rischio di uno scoppio, non era grave come si può pensare, su un circuito dove si corre alla media di 160 km/h. Io avrei scelto di proseguire la corsa.
Secondo un’opinione diffusa nelle cosiddette discussioni da bar, la squadra Williams avrebbe perso il titolo 1986, soprattutto per la strategia “suicida” che ha seguito per tutta la stagione, facendo correre in condizioni di parità due piloti vincenti come Piquet e Mansell, tra i quali era inevitabile una rivalità rovinosa.

Anche da questo giudizio dissento decisamente. La rivalità, certo, c’è stata; più che accesa. Ma è del tutto arbitrario sostenere, come tanti hanno fatto, che Mansell nel primo Gran Premio, in Brasile, sia uscito di pista, avendo urtato Senna, per l’agonismo che lo opponeva a Piquet; che per lo stesso agonismo Piquet abbia rotto il motore in Belgio quando era in testa con 12 secondi di vantaggio su Mansell; o che Piquet sia andato a sbattere sui muretti di Detroit, mentre era secondo dietro Senna, perché voleva “dare il giro” a Mansell attardato di un minuto e mezzo. Piloti dal carattere così labile e immaturo non sarebbero in grado di correre neppure in F3. Mansell e Piquet hanno commesso alcuni errori, certo: semplicemente perché è inevitabile commetterne, in 16 Gran Premi. Non per niente diviene campione del mondo chi sbaglia meno di ogni altro.
Proprio per questo è nell’interesse di ogni Costruttore, che disponga di larghi mezzi, di motori in abbondanza e di vetture vincenti, mettere a disposizione materiale ugualmente efficiente per due piloti ugualmente competitivi. Quando uno, per motivi occasionali, per sfortuna o per errore, non è in grado di vincere, l’altro deve trovarsi in condizione di sostituirlo. Con questa strategia la Williams ha piazzato due volte, a Brands Hatch e a Monza, le proprie vetture in prima e seconda posizione, a pochi metri una sull’altra; ha vinto 9 Gran Premi su 16 (5 con Mansell e 4 con Piquet); ed è arrivata ad Adelaide come grande favorita, avendo già in tasca il titolo mondiale dei Costruttori e disponendo di due candidati a quello dei piloti, contro il solo Prost.

Certo il costruttore che ingaggia due piloti di prima fila deve anche saper gestire la loro rivalità per evitare che essa si estenda agli uomini della squadra, dividendola in due fazioni avversarie o comunque provocando squilibri e incompatibilità. Nella Williams ciò è purtroppo accaduto, occasionalmente. All’origine di tale situazione è stata però una sfortuna, non un errore strutturale: l’incidente stradale che ha immobilizzato Frank Williams, impedendogli per quasi tutta la stagione di seguire la squadra sulle piste e di ristabilirne, all’occorrenza, gli equilibri interni.

Un episodio della mia esperienza alla Ferrari conferma che la strategia della parità, tra piloti e materiali della stessa squadra, è difficile ma è la migliore. Nel 1974, all’ultimo Gran Premio, in ottobre a Watkins Glen, eravamo in testa al campionato io e Fittipaldi alla pari, con 52 punti. Ma la Ferrari si curava soltanto di Niki Lauda, che con 38 punti non poteva più lottare per il titolo. La squadra pareva in preda a una strana rassegnazione. Le nostre vetture utilizzavano male le gomme, non stavano in strada e nessuno trovava un rimedio. In prova distrussi un telaio, per questo. Dovetti correre con il muletto, e scoprii che ne avevano portato al Glen uno dell’anno prima, piuttosto “stanco”. In gara fui costretto a fermarmi due o tre volte a sostituire le gomme che si consumavano come burro. Fittipaldi non brillò in quel Gran Premio decisivo: arrivò quarto. Io avrei potuto far meglio, e dare alla Ferrari un titolo mondiale in più, se avessi avuto una macchina come quella che mi aveva permesso di vincere al Nurburgring e di arrivare 4 volte secondo quell’anno.

Clay Regazzoni

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