C’è una legge non scritta che dice questo:

dice che un padre,  che una madre non devono assistere alla morte del proprio figlio.

E’ la natura ad aver scritto questa legge.

L’ha scritta quando gli anni a nostra disposizione erano meno, quando era più sbrigativa la demarcazione fra giovani e vecchi e le malattie ti portavano via, ed eri un nonno a 40 anni e in quel “nel mezzo del cammin di nostra vita” ti ci trovavi in un lampo.

Ora è tutto diverso. Ora, fortunatamente, siamo abituati in modo diverso. Ora siamo padri fino a 90 anni, talvolta abbiamo la fortuna di essere figli fino a settant’anni, ora un figlio rimane dentro i nostri cuori un cucciolo a vita e quasi neppure ci accorgiamo che va verso i 40 anni…

Forse per questo, quando stamane ho visto l’immagine del papà di Andrea Antonelli con le mani giunte in preghiera mentre sotto il diluvio guardava sul monitor il replay del figlio investito e pregava e pregava, forse per questo ho pensato che no, così è troppo crudele, che quella legge non scritta è giusta, è  sacrosanta, e che mai un padre e una madre dovrebbero vivere simili momenti.

La mente è corsa ad altre atroci immagini come quella. Al papà di Simoncelli che monta in sella a uno scooter e va sul luogo dove giace in mezzo alla pista il figlio ormai senza vita. A papà Simoncelli che si mette le mani nei capelli e nasconde le lacrime sotto gli occhiali scuri mentre attende dai medici della clinica mobile il verdetto che conosce già.

La mente è corsa al ricordo lontano di Riccardo Paletti, qualcuno di voi se lo ricorda? Credo proprio di sì. Riccardo morì  un pomeriggio di giugno del 1982, a Montreal, sul rettilineo di partenza del Gp di F1. Partiva dal fondo con la Osella, per la prima volta qualificato, e non fece in tempo ad accorgersi che in prima fila la Ferrari di Pironi era rimasta ferma. Tutti la schivarono, lui no. Sua madre era ai box, a pochi metri, vide tutto. L’aveva invitata Riccardo per quella sua prima volta in gara.

Nello sport sempre più professionistico il genitore al seguito è spesso diventatato una moda e talvolta una necessità per garantire al figlio o alla figlia il giusto conforto da stress e pressioni.

Lo capisco nel tennis, nell’atletica, nel calcio, in tutti gli  sport dove il pericolo può anche arrivare ospite non invitato, ma solitamente si ferma sul davanzale della finestra. Non in quelli dove il pericolo è sempre in casa assieme a te.

No. Nelle discipline rischiose vorrei che un’altra legge non scritta impedisse a padri e madri di assistere alle discipline praticate dai figli.

Lo so, è impossibile. Lo so, sarebbe ingiusto. Lo so, sarebbe un sogno si avverasse…

Intanto ci tocca assistere a questi incubi.

 

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