Avrei voluto parlare di Domenicali che spiega “non sono io il problema della Ferrari” perché la F1 non è il calcio “e io non sono un allenatore, sono l’amministratore delegato di una azienda e non è che mandato via me domani si vince …”. Avrei voluto farlo e magari lo farò prossimamente perché credo che l’uomo più criticato dai tifosi ferraristi, forse più ancora di Massa, abbia delle sacrosante ragioni per dire tutto ciò e vorrei approfondirle assieme a voi.

Avrei voluto, ma non posso perché la morte di Sean Edwards me lo impedisce.

Perché qualsiasi morte lo impedisce derubricando ogni notizia, ogni ragionamento a cose meno importanti.

Ma la tragedia di Sean, se mai possibile, lo impedisce ancora di più.

Perché come nella tragica vicenda di Maria de Villota, uccisa due anni dopo un terribile incidente da un malore provocato dai subdoli postumi delle troppe fratture alla testa, uccisa dopo che per due anni aveva sfidato la vita, inneggiato alla vita e insegnato ai più sfortunati come si dovrebbe affrontare la vita,

ecco,

come per Maria,

la morte di Sean fa male mille volte di più perché anche in questo caso sembra che il destino, il fottuto destino,

si accanisca, si diverta, infierisca e voglia addirittura, aggredendo quel povero ragazzo, voglia sfottere noi e le nostre speranze.

Perché Sean è morto in un anonimo circuito australiano nel rogo della sua Porsche,

perché Sean è morto mentre non guidava ma se ne stava seduto accanto e insegnava a un ragazzo di 20 anni che ha perso il controllo,

perché Sean faceva Edwards di cognome, aveva 26 anni, era il figlio di un altro Edwards, pilota di F1 anni Settanta,

perché Sean non era ancora nato quando il suo babbo, insieme ad Arturo Merzario ed altri si sbracciava nel rogo della Ferrari di Niki Lauda per tirare fuori l’austriaco dall’abitacolo,

perché Sean aveva ascoltato mille volte quella storia raccontata da papà e anche per questo aveva voluto in qualche modo riviverla,

perché Sean aveva interpretato proprio il papà nel film Rush appena uscito, l’aveva interpretato non solo guidando come uno stuntman quelle monoposto d’epoca ma anche e persino nel momento in cui c’era la scena del suo babbo che con Merzario salvava Niki,

perché Sean era leader del suo campionato, la Porsche Supercup, e quest’anno aveva trionfato proprio al Nuerburgring, la pista del rogo di Lauda e di suo padre eroe

e perché e soprattutto a novembre ad Abu Dhabi Sean avrebbe dovuto e ancora potrebbe laurearsi campione del mondo.

Sarebbe il primo iridato postumo dal 1970, quando accadde proprio in F1 a un grande campione che papà Edwards conosceva bene: Jochen Rindt.

Diremi voi se non è fottuto destino anche questo…

Tag: , , , , ,