Non è da solo Schumi a lottare tra la vita e la morte in un letto d’ospedale. Con lui ci siamo tutti noi padri e mariti. Noi che una mattina di domenica andiamo a sciare con i nostri figli come lui con Mick. Noi che andiamo a pedalare, a correre lungo il fiume, vicino al lago. Noi che salutiamo le nostre mogli e ci vediamo dopo per pranzo alla baita diciamo loro.

Il fuori pista di Michael in Alta Savoia, la caduta, la roccia, la botta in testa, l’emorragia cerebrale, l’intervento, «condizioni critiche» le hanno definite i medici di Grenoble, raccontano il dramma di un grande campione che in 20 anni a 300 all’ora non aveva mai rischiato di morire, ma soprattutto – almeno questo succede a me – catalizzano e amplificano le molte paure di noi gente comune.

E soprattutto la paura più grande.

Che davvero il fottuto destino sia sempre dietro l’angolo
Che non faccia mai sconti
Che prenda in giro chiunque
Che infierisca in modo subdolo anche su chi il pericolo lo domava per mestiere.

Se Michael fosse in pericolo di vita dopo un lancio con il paracadute saremmo e sarei qui a raccontare del suo dramma soprattutto suo.

Solo che stavolta il suo dramma è soprattutto nostro.

Perché non ha colpito il grande campione ma un papà in gita col figlio.

E mi fa tanta paura.

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