Il week end di Barcellona è stato crocevia e riassunto di molta vita. Sembra un paradosso ma non lo è. La morte del povero Salom ci ha sbattuto in faccia l’essenza stessa di questo sport fatta di tragedie dietro l’angolo e di imprese sportive, fatta di schiettezza crudele e insidiosi ipocrisie.
Sulla tragedia c’è poco da dire e aggiungere. Meglio far riposare in pace la giovane anima di Luis senza scomodare altri bla bla che lui sarebbe il primo a non gradire. C’è invece molto da dire riguardo alle crudeli schiettezze e le insidiose ipocrisie. Le prime sono quelle di Valentino e Jorge che il giorno dopo il dramma di Salom avevano la testa sulla gara e rabbia grande per il cambio di due punti del tracciato, il primo dove era morto il ragazzo, modifica anche da loro compresa, il secondo alla curva 9, quest’ultima assolutamente non compresa. Da qui l’accusa rivolta ai piloti Honda di aver ispirato quel secondo cambio per motivi dj sicurezza visto che la loro moto non andava. In effetti il giorno dopo Yamaha lente e Honda veloci.
Fatto sta, ecco un mare di critiche rivolte a Vale e Jorge per il cinismo mostrato. Solo che non era cinismo. Era l’essenza stessa dell’essere pilota. Deciso di correre, non c’è infatti spazio per i pensieri di morte o legati in qualche modo alla morte. Anche onorare il collega è un pensiero che richiama alla morte. E la testa del pilota deve essere sgombra da questo.
La nostra no. Ecco perché ci viene facile additare chi la pensa così come cinico ed egoista. Ma noi non siamo piloti, non a biamo la loro cruda durezza unico modo per vivere a 300 all’ora. Guarda caso, anche sabato chi fra i piloti era stato zitto sulle modifiche e talvolta si era accodato al moralismo dei media, o aveva ottenuto un vantaggio prestazionale o era completamente fuori da giochi di vittoria e qualche titolo buonista può far sempre comodo. Chi Invece a quella vittoria puntava e si sentiva penalizzato, ha invece urlato.

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