{"id":178,"date":"2015-09-06T06:14:01","date_gmt":"2015-09-06T06:14:01","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/catto\/?p=178"},"modified":"2017-02-09T10:51:30","modified_gmt":"2017-02-09T10:51:30","slug":"il-piccolo-no-global-e-la-grande-ungheria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/catto\/2015\/09\/06\/il-piccolo-no-global-e-la-grande-ungheria\/","title":{"rendered":"Il piccolo no-global e la grande Ungheria."},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/catto\/files\/2015\/09\/no-global-consolato-ungherese-2.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-179\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/catto\/files\/2015\/09\/no-global-consolato-ungherese-2-300x99.jpg\" alt=\"no global consolato ungherese-2\" width=\"300\" height=\"99\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/catto\/files\/2015\/09\/no-global-consolato-ungherese-2-300x99.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/catto\/files\/2015\/09\/no-global-consolato-ungherese-2.jpg 960w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><br \/>\n<\/a>Ieri mattina una delegazione di <em>no-global<\/em> ha bloccato l&#8217;accesso al consolato ungherese di Venezia, in risposta alla politica di chiusura da parte del governo magiaro nei confronti\u00a0degli immigrati in arrivo da Oriente. Una protesta che non deve stupire, specialmente se analizziamo un po&#8217; pi\u00f9 da vicino la storia di questi movimenti, che conosciamo fin dal G8 di Genova del 2001. Una rete di attivisti che ha l&#8217;ardire di definirsi contraria alla globalizzazione, ma che in realt\u00e0, anche\u00a0con le pratiche che abbiamo scorto\u00a0ieri nel capoluogo veneto, <strong>ne diventa la prima pedina<\/strong>.<\/p>\n<p>Tra le mille cose che pure ieri potevano fare per mettere in campo\u00a0una mobilitazione seria riguardo gli avvenimenti che sconvolgono il Mediterraneo, i nostri ragazzotti con il passamontagna arcobalenato hanno\u00a0scelto la via pi\u00f9 insensata. Al posto di manifestare di fronte ad un consolato o ad un&#8217;ambasciata americana, francese o inglese, hanno\u00a0preferito inscenare\u00a0un teatrino propagandistico-assolutorio per sdoganare la solita idea di immigrazione totalitaria e senza possibilit\u00e0 di discussione. Piuttosto che analizzare le cause e condannare i veri colpevoli, si \u00e8 preferito denigrare una nazione che con le motivazioni\u00a0degli esodi di massa che vediamo puntualmente abbattersi sui nostri confini non ha nulla a che fare. E&#8217; facile capire che per i coraggiosissimi manifestanti di ieri possa essere un po&#8217; problematico mostrare lo stesso zelo e la stessa veemenza di fronte ad una bandiera a stelle e strisce o alla Union Jack, ma va detto loro che in realt\u00e0 <strong>i veri responsabili del dramma dell&#8217;immigrazione\u00a0si riuniscono sotto quei vessilli<\/strong>. No, cari miei,\u00a0non \u00e8 stato Orban a premere per la destituzione di Gheddafi o di Assad e non \u00e8 l&#8217;Ungheria l&#8217;artefice delle primavere arabe, cos\u00ec come non \u00e8 da imputare ai diplomatici magiari la fissazione per l&#8217;esportazione delle democrazie in terre altrui. Non \u00e8 Orban a rifornire i guerriglieri dell&#8217;ISIS, non \u00e8 Orban a curare gli jihadisti feriti in ospedali ungheresi, non \u00e8 Orban ad istituire divieti di volo al confine turco per impedire ai caccia siriani di bombardare le postazioni dell&#8217;ISIS, o ai curdi di tagliare i rifornimenti dello Stato Islamico attraverso la Turchia. L&#8217;Ungheria\u00a0si ritrova semplicemente a vivere gli effetti deleteri di un caos creato da altri, che si abbatte sul confine di una nazione di appena dieci milioni di abitanti, che giustamente tenta di tutelarsi. Quelli che oggi giocano a fare i rivoluzionari di fronte al consolato ungherese dovrebbero andarsene, coi loro teloni e i loro megafoni, dinanzi a qualche base statunitense o a qualche consolato turco, chiss\u00e0 che levandosi gli stracci color arcobaleno coi quali si nascondevano il volto e con cui, metaforicamente, amano pure coprirsi gli occhi, possano capire quali siano i reali artefici\u00a0di questa devastazione.<\/p>\n<p>E&#8217; proprio tra i no-global, invece, che troviamo un compatto gruppo di utili pedine, di persone che se la prendono con l&#8217;Ungheria perch\u00e9 non stende tappeti rossi ai Migranti, perch\u00e9 non accetta di veder distrutta\u00a0la propria\u00a0identit\u00e0 nazionale, e la tutela del proprio popolo. In questa manifestazione non vi \u00e8 nessuna analisi articolata, nessun coraggio, bens\u00ec una triste ricaduta\u00a0nel\u00a0fine settimana di quel titolaccio del Manifesto sul piccolo bimbo morto in una spiaggia turca. Quell&#8217;indignazione propagata come fosse incenso, a voler smuovere qualcosa di indefinito, a voler cancellare responsabili, vittime e carnefici in nome di una cieca e totalitaria accettazione del presente, che recita accoglienza, accoglienza e ancora accoglienza. Vi \u00e8 solo un <strong>belato politicamente corretto e amico dei manovrieri<\/strong>, di quelli che oggi puntano il dito su Orban per nascondere il proprio corpo coperto di sangue. E&#8217; tra chi propina un&#8217;accoglienza senza s\u00e9 e senza ma che troviamo l&#8217;ombra del mandante, che non vuole inzaccherarsi ulteriormente la coscienza provando a pensare se non sia proprio lui, con la sua retorica spicciola, con la sua democrazia al sapore di F-35, ad aver causato i drammi del presente. Ecco, le persone che hanno manifestato ieri non sembrano altro che i facchini dei vari Henry Levy, degli Hollande, degli Obama, che oggi hanno gioco facile ad accusare l&#8217;Ungheria, perch\u00e9 troveranno sempre degli amici no-global (dovremmo dire\u00a0<em>pro-global<\/em>) a regger loro il gioco.<\/p>\n<p>Resta solo da chiarire con che coraggio questi figuri\u00a0possano definirsi anti globalisti,\u00a0quando non mancano occasione di dimostrare la propria soggiacenza culturale ed ideologica agli ambienti pi\u00f9 convintamente omologanti oggi attivi al mondo, e con quale faccia tosta si possa presentare l&#8217;Ungheria come colpevole\u00a0di ci\u00f2 stiamo vivendo sulla nostra pelle, \u00a0che a detta dei suoi\u00a0veri responsabili\u00a0durer\u00e0 altri vent&#8217;anni.\u00a0Resta da chiarire perch\u00e9 un paese che non ha minimamente contribuito a creare il\u00a0disastro\u00a0odierno debba farsi carico di problemi originati\u00a0da altri. Resta da chiedersi se tra i baldi megafonati lagunari ci fosse qualcuno che quattro anni fa difendeva Gheddafi dall&#8217;aggressione subita da lui e dal suo paese,<strong> o che oggi difende Assad<\/strong>.\u00a0Resta da chiedersi se per queste persone un flusso incontrollato di milioni di individui\u00a0provenienti da altre zone del pianeta non sia un fenomeno non solo globalizzante, ma pure dannoso, sia per gli emigrati, che si trovano sradicati dalla propria terra d&#8217;origine, sia per gli indigeni dei paesi fatti oggetto di immigrazione, costretti\u00a0a dover ospitare masse di disperati in paesi gi\u00e0 provati da crisi e problemi interni, mancanza di occupazione in primis. Ma forse chiediamo troppo.<\/p>\n<p>(<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/alessandro.catto.9\">Alessandro Catto<\/a>)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Ieri mattina una delegazione di no-global ha bloccato l&#8217;accesso al consolato ungherese di Venezia, in risposta alla politica di chiusura da parte del governo magiaro nei confronti\u00a0degli immigrati in arrivo da Oriente. Una protesta che non deve stupire, specialmente se analizziamo un po&#8217; pi\u00f9 da vicino la storia di questi movimenti, che conosciamo fin dal G8 di Genova del 2001. Una rete di attivisti che ha l&#8217;ardire di definirsi contraria alla globalizzazione, ma che in realt\u00e0, anche\u00a0con le pratiche che abbiamo scorto\u00a0ieri nel capoluogo veneto, ne diventa la prima pedina. 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