Se non fosse che lui è tranquillo, indifferente alle sirene della mondanità, spirituale e non, ben centrato sulla grazia che lo ha trasformato da Jorge Mario a Francesco, ci sarebbe da preoccuparsi. In questo momento nessuno è più popolare di Bergoglio. Amato da ogni parte, vezzeggiato in tutte le salse. Basta sfogliare giornali e magazine degli ultimi giorni. Le copertine si sprecano,

gli interventi di approvazione si rincorrono. Per il glamouroso Vanity Fair, Francesco «Papa coraggio» è addirittura «l’uomo dell’anno, (eletto in anticipo)». Nelle pagine interne gareggiano in elogi Erri De Luca, don Virgino Colmegna, Andrea Bocelli, e Giorgio Faletti, per il quale uno dei suoi meriti principali è di essere «astigiano, come me». Elton John e Dacia Maraini, invece, suggeriscono al Sanro Padre di ricordarsi che «Dio è anche donna» e che «gli omosessuali aspettano la sua luce». Meno esortativo e più preoccupato è l’Espresso che gli dedica un’altra copertina ruffiana, interrogandosi: «Ce la farà?». Dopo le varie infrazioni al protocollo, la riforma della curia e gli interventi sullo Ior, con la visita a Lampedusa l’appeal di Bergoglio è lievitato ancora. Sandro Magister, vaticanista principe del settimanale, lo tratteggia quasi come una sorta di no-global. E, pur insinuando un pentimento per la nomina di monsignor Battista Ricca, direttore del convitto Santa Marta, a «prelato» della banca vaticana, ne apprezza il contrasto ai «poteri forti», la denuncia della «lobby gay» in Vaticano, il tenersi alla larga dai temi etici, la decisione nella riforma della curia. Tutte azioni che un certo entourage vaticano farebbe di tutto per minimizzare e ridimensionare. Sempre sullo stesso filo di entusiasmo Il Fatto quotidiano che, all’indomani della visita a Lampedusa, con la denuncia della «globalizzazione dell’indifferenza» nella quale siamo precipitati, l’ha dipinto per la penna di Alessandro Robecchi come «il nostro white bloc preferito, il fuoriclasse argentino». Due giorni dopo, sempre sullo stesso quotidiano, è toccato a Marco Politi applaudire «Papa Francesco il giustizialista» – c’era complimento migliore che il Fatto avrebbe potuto elargire? – per la sua riforma del codice penale e delle norme amministrative dello Stato Vaticano, dall’eliminazione dell’ergastolo all’adeguamento alla convenzione di Ginevra in materia di crimini di guerra e discriminazioni razziali fino all’inasprimento delle sanzioni per reati di pedofilia o trafugamento di documenti segreti. Personalmente colpito «dalla storica visita a Lampedusa» si è invece mostrato qualche giorno fa Enrico Mentana riassumendone il significato nei telegiornali successivi, dopo l’edizione straordinaria che aveva condotto in diretta.
Insomma, se si fa eccezione per i distinguo tra legge e preghiera operata da alcuni commentatori di centrodestra e da una parte del Pdl e per l’abitudine di Eugenio Scalfari di pontificare sul pontefice, peraltro chiamandolo «Josè Bergoglio», Francesco sembra piacere a tutti. Tuttavia, quando gli elogi e la popolarità aumentano viene da insospettirsi. Anche perché molti dei papisti dell’ultim’ora lo tirano per la talare ognuno dalla propria parte. Ma, come detto, non c’è da temere. Ben saldo sulla sua missione religiosa e non politicamente strumentalizzabile, Francesco ha l’abitudine di ascoltare tutti ma di saper decidere di testa sua, capacissimo di rimanere il «Papa della porta accanto». Così come lo sta raccontando l’inchiesta a puntate di Andrea Tornielli per la Stampa. E come, molto più sommessamente ne accennai anch’io sul Giornale, il 18 marzo scorso, pochi giorni dopo la sua nomina.