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È una svolta nel giornalismo e nell’editoria, perché riguarda il quotidiano on line di qualità, in lingua inglese, più letto al mondo. Con i suoi 130 milioni di visitatori unici al mese, il Guardian ha deciso di cominciare a chiedere ai suoi lettori una quota per sostenerlo economicamente. Ai fan basterà sborsare cinque sterline, circa 6.50 euro al mese, oppure 49 sterline l’anno (65 euro). Una cifra simbolica e ben più bassa di quella richiesta a chi invece vuole diventare “partner” e sceglie di partecipare con una somma tre volte più alta. Ma è il principio che conta. “Il vostro contributo finanziario aiuterà la nostra indipendenza”, spiega l’annuncio che compare in queste ore sul sito e in cui si ricorda lo scopo della testata vincitrice del Pulitzer l’anno scorso: “Accendere una luce su storie critiche e poco raccontate in giro per il mondo”.

Anche il giornale progressista che fino a oggi ha fatto della gratuità la sua bandiera alla fine ha ceduto. Il buon giornalismo ha bisogno di quattrini, come tutti i lavori ben fatti. E il Guardian sceglie una via alternativa a quella già intrapresa da altri colossi del giornalismo inglese e mondiale. Per evitare la formula “leggi se paghi”, per evitare cioè che tutto il contenuto del giornale sia a pagamento o anche solo una parte (come nel caso dei paywall che consentono la consultazione di un numero limitato di articoli al mese), il quotidiano opta per una terza via. Pagare sì, ma un contributo per diventare “sostenitori”. Chi non vuole, potrà continuare a visitare il sito gratuitamente. Funzionerà?

La strategia è un modo per non tradire le vecchie promesse e scostarsi dai diretti concorrenti come TimesTelegraph e Financial Times, arrivati già da qualche anno alla conclusione che per fare buon giornalismo e sopravvivere alle forti perdite pubblicitarie legate alla crisi economica sia necessario chiedere ai lettori un aiuto. Lì i risultati sono arrivati. E allora ecco vacillare anche i duri del Guardian.

Il cambio di filosofia dello storico quotidiano londinese nasce dalle ceneri di un successo editoriale da una parte e di un flop economico-filosofico dall’altra. Il caso editoriale di Gmg (Guardian Media Group, la società che possiede il giornale), è la rappresentazione perfetta del paradosso dei nostri tempi, in cui l’informazione è merce sempre più richiesta ma le società editoriali faticano a far quadrare i conti.

L’ex direttore Alan Rusbridger, alla guida del giornale per 20 anni, è stato l’artefice dell’exploit della testata on line in tutto il mondo e soprattutto negli Stati Uniti dopo le rivelazioni sullo spionaggio della Nsa di Edward Snowden (l’inchiesta che gli ha garantito il Pulitzer). Il successo della sua direzione è stato però sempre condizionato da un principio irrinunciabile: che il sito restasse gratuito. “Se costruiamo un muro universale di contenuti a pagamento – aveva detto il direttore nel 2010 – stiamo tagliando il nostro giornalismo fuori da tutto quello verso cui il mondo sta andando, un mondo di contenuti condivisi”.

La musica ora è cambiata. Adesso che al posto di Rusbridger è arrivata la prima direttrice donna dalla fondazione (1821), Katharine Viner, il giornale vuole esplorare un’altra strada. E le ragioni sono evidenti. Qualche settimana fa il Guardian ha annunciato che taglierà altri 100 giornalisti (tra cui anche i reporter del domenicale Observer) e 150 lavoratori nell’area di supporto non strettamente redazionale. Perché – lo ha scritto Stephen Glover per Prospect – “questo trionfo giornalistico è un fallimento commerciale”.

I ricavi del più visitato sito giornalistico al mondo sono più bassi dei ricavi delle testate cartacee da cui nascono, Guardian e Observer, che pure in dieci anni hanno perso circa 200mila copie. Dal 2000 a oggi Gmg ha bruciato 340 milioni di sterline su un fondo di 740 milioni (940 milioni di euro).  È l’ora di correre ai ripari. E di chiedere il soccorso dei lettori.

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Vignetta di Royston Robertson

 

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