In nome del popolo italiano chiedono la condanna per i datori di lavoro che non versano i contributi previdenziali ai propri dipendenti. Ma per loro contributi previdenziali non ce ne sono.  Se si ammalano di Covid – e magari lo hanno contratto in tribunale, come è già successo a molti –  non possono celebrare udienze e quindi non sono pagati. Idem se hanno un tumore e sono costretti a sottoporsi a chemioterapia oppure, più semplicemente, se prendono un’influenza e non possono muoversi da casa. Niente malattia, niente maternità, niente ferie, niente pensione. Benvenuti in Italia, dove chi è chiamato ad amministrare la Giustizia non ha diritto a godere di un principio base di giustizia: vedere riconosciuto il proprio lavoro subordinato. Si tratta di 5mila giudici onorari di tribunale (Got), giudici di pace e viceprocuratori onorari (Vpo), un piccolo esercito di lavoratori che non gode di alcuna tutela giuridica. Nonostante smaltiscano il 100% del carico degli uffici dei giudici di pace, nonostante trattino quasi la metà dei processi penali di fronte ai tribunali monocratici e il 50% di quelli civili. Sono i pariah della Giustizia italiana. Da oltre vent’anni. In nome del popolo italiano.

Nel Paese in cui i giudici togati sono i dipendenti pubblici meglio pagati (compresi diplomatici e dipendenti della presidenza del Consiglio), per i giudici non-togati non c’è diritto nemmeno alle briciole. Per questo centinaia di loro da oggi, a Milano e a Palermo, incrociano la braccia. E la protesta si sta estendendo ad altre procure e tribunali d’Italia. Qualcuno – per rimarcare l’assurdità di questa situazione che li costringe a scegliere tra indigenza e salute –  ha cominciato uno sciopero della fame a oltranza. Contro quello che chiamano “caporalato di Stato”, denunciano: “Non abbiamo diritto di gioire o di soffrire, niente maternità retribuita, niente malattia retribuita”. Pagati a cottimo. Mentre l’Unione europea ha già aperto una procedura di infrazione per il nostro Paese e la Corte di Giustizia europea ha riconosciuto l’ovvio che l’Italia non vuole riconoscere: si tratta a tutti gli effetti di lavoratori subordinati.

E la politica che fa? Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, rispondendo a un’interpellanza, ha precisato che la loro esistenza “è legata alla finalità di contenere il numero dei togati, pena la perdita di prestigio e la riduzione delle retribuzioni della magistratura professionale”. Tradotto: quel mini-esercito che amministra la giustizia serve per evitare che lieviti il numero dei magistrati togati e per evitare che si abbassino i loro stipendi (badate bene, fra i più alti d’Europa) e il loro peso. Non solo. In Commissione Giustizia, al Senato, nemmeno il testo di legge a firma della senatrice Valeria Valente (con il quale si vuole modificare il dlgs 116 del 2017), introduce tutele per Vpo e Got, lasciando così senza previdenza e assistenza l’intera categoria della magistratura onoraria. Onoraria solo sulla carta. Perché per il resto continua a lavorare in nero. Per il Ministero della Giustizia. La giustizia che per loro non c’è.

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