{"id":929,"date":"2026-04-24T09:00:28","date_gmt":"2026-04-24T09:00:28","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/coppetti\/?p=929"},"modified":"2026-04-23T18:18:05","modified_gmt":"2026-04-23T18:18:05","slug":"quei-futili-motivi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/coppetti\/2026\/04\/24\/quei-futili-motivi\/","title":{"rendered":"Quei &#8220;futili&#8221; motivi"},"content":{"rendered":"<p>Una pizza. Un voto. Un rimprovero. Un paio di cuffiette. Quel nulla che basta perch\u00e8 la mano di un ragazzino appena uscito dall<strong>&#8216;infanzia<\/strong> diventi quella di un&#8217;omicida. Indifferente al dolore, incurante delle conseguenze,\u00a0 insensibile al valore della vita, cieco nel vedere e ignorante nel riconoscere un limite invalicabile.<\/p>\n<p><strong>&#8220;Futili motivi<\/strong>&#8221; inorridisce la cronaca davanti a circostanze che diventano aggravanti \u00a0(previste dall&#8217;art. 61 n. 1 del codice penale italiano), applicabili quando un reato \u00e8 commesso per quelli che vengono percepiti come <strong>impulsi banali<\/strong>, lievi in ogni caso <strong>sproporzionati<\/strong> rispetto alla gravit\u00e0 del fatto. Etichette rapide, illusione di spiegare l&#8217;impossibile.<\/p>\n<p>Illusione. Tuona (per davvero) <strong>Matteo Lancini,<\/strong> psicoterapeuta, presidente della <strong>Fondazione Minotauro<\/strong>, che nell&#8217;ultimo libro <strong><em>&#8220;Chiamami adulto&#8221;<\/em><\/strong> mette in guardia\u00a0 riguardo alla solitudine degli adolescenti. Quei &#8220;motivi&#8221; non sono la causa, sono quelli che lui definisce <em><strong>\u00abi fattori precipitanti\u00bb<\/strong><\/em>. E concentrarsi su questi \u00e8 un alibi.\u00a0 Dietro, sotto, in fondo c&#8217;\u00e8 altro, c&#8217;\u00e8 \u00abla <strong>disperazione<\/strong> che non riesce a diventare pensiero, che<strong>\u00a0 non trova parola<\/strong> o simbolizzazione e cos\u00ec si trasforma in<strong> azione<\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p>Di fronte alla domanda senza risposta \u00ab<em>come \u00e8 possibile uccidere per una sciocchezza del genere?<\/em>\u00bb, Lancini ribalta lo sguardo e fornisce la risposta. \u00abQuando le emozioni <strong>&#8211; paura, rabbia, tristezza<\/strong> &#8211; non trovano uno spazio per essere riconosciute, diventano azione. L&#8217;adolescenza da sempre \u00e8 il tempo dell&#8217;<em>acting out,<\/em> agisci quello che non pu\u00f2 essere pensato\u00bb. E nei casi estremi l&#8217;azione pu\u00f2 farsi violenza contro gli altri, anche (se dice) pi\u00f9 spesso ma con meno clamore \u00e8 contro se stessi.<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 niente di &#8220;futile&#8221;, \u00e8\u00a0 assenza, \u00e8 vuoto. Il &#8220;<strong>movente<\/strong>&#8221; nella sua accezione giuridica (\u00abHa agito per i soldi, per una lite, per gelosia\u00bb) \u00e8 una <strong>semplificazione<\/strong> davanti a una realt\u00e0 pi\u00f9 complessa. \u00abSono adolescenti che non riescono a esprimere le emozioni perch\u00e8 nessuno ha mai insegnato loro come farlo e ancora prima,\u00a0 che quelle <strong>emozioni sono legittime<\/strong>.\u00a0 Non perch\u00e8 sono stati troppo ascoltati, come viene ripetuto spesso. Ma al contrario, perch\u00e8 abbiamo <strong>disatteso la nostra promessa di ascolto<\/strong>, mai mantenuta\u00bb.<\/p>\n<p>Lancini richiama con gran forza gli adulti alle loro<strong> responsabilit\u00e0<\/strong>. Genitori, insegnanti, politici. Senza sconti. \u00abNon si sono mai visti tanti adulti passare il tempo a bere spritz, farsi mani e piedi, con la scuola che interroga ancora come ai tempi di Gentile. Abbiamo educato generazioni dentro un patto implicito: &#8220;<strong><em>fai quello che vuoi, basta che non disturbi<\/em><\/strong>&#8220;\u00bb. Non disturbare con la rabbia, con la tristezza, con la paura. Non disturbare con il conflitto. Neanche quelli fisiologici, neanche quelli naturali. Hai paura del cane? Ma perch\u00e8? Il cane \u00e8 buono&#8230;Non <em>devi<\/em> avere paura, non <em>devi&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Il risultato, spiega Lancini, \u00e8 una <strong>crescita senza attriti apparenti<\/strong>, ma con una pressione enorme. Emozioni dirompenti, senza canali di espressione. Non diventano pensieri, non diventano parole. Disperazione che diventa gesto. Il coltello, il pugno, ma pi\u00f9 spesso il ritiro sociale, l&#8217;autolesionismo. Non per un &#8220;motivo futile&#8221; ma drammaticamente per sentire qualcosa.<\/p>\n<p>\u00abMentre cercavamo il <strong>padre-perduto<\/strong> &#8211; fa notare Lancini &#8211;\u00a0 \u00e8 mancata la<strong> funzione materna<\/strong>. Non quella antica, della presenza fisica, ma quella del <strong>riconoscimento dei bisogni fondanti\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p>Lo definisce<strong> \u00abbullismo\u00bb<\/strong> ma degli adulti sui ragazzi \u00abche ispira il modo di educarli definendolo educazione ai paletti<strong>\u00bb<\/strong>,\u00a0 che \u00abti sovrintendono il pensiero\u00bb, delegittimano le emozioni, scaricano rapidamente la responsabilit\u00e0 del malessere giovanile sul digitale \u00abquando sono loro i primi a stare troppo sui social\u00bb. Si predicano limiti, ma poi siamo i primi ad aggirarli. E allora \u00abnon si capisce perch\u00e8 la disperazione giovanile non diventi una forma di ribellione collettiva, me lo chiedo tutti i giorni. Invece si suicidano, si ritirano, hanno ansia generalizzata, un malessere che passa attraverso il proprio corpo o attraverso quello degli altri in casi estremi\u00a0 pur di sentire di aver ripreso il controllo delle proprie emozioni\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Lancini non giustifica. Non assolve.<\/strong> Ma invita a smettere di raccontarsi una storia falsamente rassicurante. Che i ragazzi sono \u00abbacati\u00bb dalla nascita, che ci sia un difetto all&#8217;origine&#8230; che la colpa sia dei social \u00abperch\u00e8 il rischio \u00e8 di non vedere la disperazione che diventa violenza\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Cosa fare?<\/strong><\/p>\n<p>Una cosa soprattutto, sottolinea Lancini: accettare che <strong>paura, tristezza e rabbia<\/strong> sono sentimenti costitutivi dell&#8217;essere umano e che questa<strong> societ\u00e0 del non-disturbare<\/strong> va cambiata. Per farlo bisogna porsi e rispondere prima di tutto a delle domande:<\/p>\n<blockquote><p>Ma io quello che sto facendo, lo faccio per me o per te?<\/p>\n<p>Le regole che impongo servono a educare o tranquillizzarmi?<\/p>\n<p>Sono disposto, io, adulto, a rinunciare a qualcosa prima di chiedere sacrifici ai miei figli\/studenti?<\/p><\/blockquote>\n<p>\u00ab<strong>La fragilit\u00e0 degli adulti<\/strong> tende a assecondare proposte che fanno stare meglio gli adulti ma non i ragazzi.\u00a0\u00a0Adulti non cattivi ma troppo fragili in una <strong>societ\u00e0 dissociata<\/strong> dove conta solo il loro individualismo\u00bb ribadisce,\u00a0 che continuano a intervenire togliendo &#8211; telefoni, libert\u00e0, spazio &#8211; invece di aggiungere tempo, ascolto, presenza, nel tentativo di nascondere la disperazione sotto il tappeto della performance della serenit\u00e0 obbligatoria.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Una pizza. 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