Non mi ricordavo neppure dell’esistenza di Jovanotti for president. E’, anzi forse è meglio dire era, il primo album dell’oggi arcinoto Lorenzo Cherubini. Correva l’anno 1988, qualcuno di voi probabilmente non era ancora nato, qualcun altro era già troppo grande per acquistare una musicassetta di questo genere. Perché il Jovanotti d’allora era tutta un’altra roba rispetto al trombone di oggi. Non aveva ancora preso una sbandata per il terzomondismo e la sinistra No global e pauperistica. Se qualcuno gli avesse citato il verso che avrebbe scritto sei anni dopo (questo terrificante verso: “Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano”) lui probabilmente avrebbe detto “Malcom X chi?”.

Va da sé che mi era più simpatico (ma neppure troppo) allora, così edonista, consumista e americaneggiante. Non perché fossero dei valori, ma proprio perché non avevano la pretesa di esserlo ed erano lì, splendidamente e leggermente appesi al filo da stendere delle mode fuggitive. Invece, senza l’ammorbidente della levità, si è irrigidito come uno stoccafisso.

La trasformazione in cantautore engagé, l’impegno per la cancellazione del debito, il pacifismo attivo e la lotta contro la vivisezione, solo per dirne alcune. Insomma se quello degli anni Ottanta (perfettamente in linea con l’esprit du temps) cantava “E’ qui la festa?”, quello successivo avrebbe intonato volentieri “Scusate dov’è l’assemblea per il mercatino equo e solidale?”. Giusto per capirci.

Beh, Jovanotti for president mi si è materializzato davanti agli occhi come se fosse un incubo, di quelli brevi ma intensi, da cattiva digestione, quando ho visto il discorso di Matteo Renzi nel giorno della sua plebiscitaria vittoria alle primarie del Pd. Perché il sindaco che, come hanno sottolineato in molti, è entrato sulle note di un singolone radiofonico quale “I love it”, se n’è andato sulle parole della jovanottiana “Ti porto via con me”. Nessuna novità, è noto l’apprezzamento reciproco tra il politico e il cantante che ha pubblicamente twittato “che all’Italia serve Renzi”. Ma tutto mi è stato chiaro, in quel momento. Oltre la fumosità delle promesse e la vacuità di alcune proposte, quello che non mi convince del lanciatissimo segretario del Pd è proprio il suo jovanottismo. Quel giovanilismo dell’altro giorno, quel culto della memoria recente vagamente orbo di quella passata, quel buonismo un po’ scoutista che pensa si possa risolvere tutto con una spruzzata di buoni sentimenti e un quanto basta di pacche sulle spalle. Poco pragmatismo e molta teoria. Arte benedettina nell’indorare il racconto dei fatti che verranno e poca perizia da maniscalco nell’edificarli, i fatti che dovrebbero arrivare.

Ho paura che dietro Renzi for president si nasconda quella cultura lì, quella dell’auto al bando ché si va solo con la bicicletta targata No oil, del km zero a tutti costi anche se dietro casa hai una discarica abusiva, quella della supremazia anagrafica perché giovane è sempre meglio. Perché io non credo in una grande chiesa che parte da Fabio Fazio e arriva a Farinetti per fare la spesa.

Cioè, ha fatto tutto sto casino, portando in giro per le sezioni di tutta Italia la sua parabola da carrozziere, e poi cosa ha rottamato? Al massimo ha sostituito De Gregori e Fossati con Jovanotti e i Negrita. Che più che un salto generazionale è come pensare di fare una rivoluzione a colpi di pantofole.

Magari mi sbaglio e Renzi, in corsa, cambierà musica alla sinistra. Magari… O magari tra dieci anni ci porteremo la mano al cuore mormorando il nuovo inno nazionale: “Sono un ragazzo fortunato e non c’è niente che ho bisogno”.

 

 

 

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