La Rai spegne sessanta candeline. Il 3 gennaio del 1954 vengono andate in onda le prime trasmissioni regolari. Sessant’anni di successi, ma anche sessant’anni di contiguità con la politica (come ha ricordato sul Giornale di oggi Alessandro Gnocchi) e di sprechi. Senza discutere l’innegabile ruolo educativo della televisione pubblica nel nostro Paese, basti pensare alle lezioni del maestro Alberto Manzi, dopo aver spento le sessanta candeline sulla torta di viale Mazzini, urge fare una riflessione. Sul ruolo della Rai, sulla sua occupazione politica, sull’iniquità del canone e sulla necessità di avere tre reti statali. Per non parlare degli sprechi… Su questo quotidiano molti giornalisti si sono esercitati a spulciare tra i sesquipedali sperperi di Mamma Rai, ricavandone notizie sconcertanti. Stipendi faraonici, distribuzione politica di prebende, note spese da oligarca russo in villeggiatura  a Forte dei Marmi. Troppo spesso il servizio pubblico è stato trasformato in un gigantesco camposanto in cui depositare voluminosi e voraci elefanti. Come se fare televisione, davanti o dietro la telecamera, fosse un contentino, un paracadute buono per tutti e un lavoro al quale chiunque poteva adattarsi, a prescindere dalle competenze. Tutto questo, ovviamente, accanto alle grandi professionalità che si sono succedute in oltre mezzo secolo di Radiotelevisione italiana.  Ma ora, sessant’anni dopo il battesimo delle prime trasmissioni, nell’era della sterminata offerta video e del digitale, non sarebbe il caso di privatizzare il costoso carrozzone di viale Mazzini?

 

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