Avremo il primo ministro più giovane della storia del nostro Paese. Non solo di quella repubblicana, badate bene, Benito Mussolini marciò su Roma a 39 anni e sei mesi, il Matteo Renzi che corre sulla Capitale ne ha 39 appena compiuti. E questa, al netto di tutti i dubbi che io stesso ho espresso in questo blog, è una grossa novità. È la riscossa per una generazione, quella nata tra la fine dei Settanta e gli Ottanta, che finora è stata invisibile. E impotente. Schiacciata dal peso della memoria ingombrante del Sessantotto, spappolata dalla trappola del politicamente corretto, compressa dentro un Ventennio di odio antiberlusconiano che l’ha allontanata dalla politica.

Sembrava che l’impegno, la politica e la rivoluzione fossero solo roba loro, archiviata nei loro anni, quelli della loro gioventù che per definizione è la meglio e quindi per sottrazione la nostra non poteva che essere la peggio. Noi che siamo cresciuti davanti ai cartoni animati del Biscione, con i videogiochi e con la scoperta del web. Adesso spunta un trentenne dotato di una sensazionale arroganza che a colpi di tweet promette (staremo a vedere se lo farà) di spazzolare via tutte le briciole di quel mondo. Un trentenne che ha osato bestemmiare nella chiesa del conformismo di sinistra. Ed espugnarla.

Non so se sia un’opportunità per il Paese. Renzi avrebbe dovuto vincere le elezioni e insediarsi sospinto da una lunga onda di schede elettorali, non dai fermenti e dalle insofferenze del partito, della politica e dell’economia. È partito col piede sbagliato e la pancia del Paese non ha gradito quella che non può che essere definita come un’operazione di palazzo in vecchio stile. Ma staremo a vedere che cosa combinerà, a partire dalla riforma elettorale e da quella Costituzionale (con più poteri al premier). E da quando ci riporterà, speriamo il prima possibile, alle urne.

Ma può essere una grande opportunità per la sua, per la nostra, generazione. Di destra e di sinistra. Non è una questione politica. Nel Paese della gerontocrazia, dei bamboccioni e degli “sfiduciati” arriva a palazzo Chigi un “enfant” che promette “prodiges”. E di colpo i bamboccioni imbiancano e invecchiano. La generazione invisibile, come un affresco con l’inchiostro simpatico, inizia lentamente ad affiorare. I trentenni sono cresciuti e tra poco rischiano di essere già vecchi. Ora non ci sono più scuse. Renzi ha mandato in pensione il Sessantotto. Sfruttiamo questa opportunità. E lui non la sprechi.