Renzi è un guascone. Forse non ha detto niente, ma lo ha detto bene. Con la spavalderia maramalda della mano in tasca, con l’arroganza volutamente provocatoria di chi dice “cari senatori, io non ho nemmeno l’età per sedere al vostro posto, ma vi chiedo di votarmi, così poi vi mando tutti a casa e chiudo il Senato”. Con la sicurezza esibita di un lungo discorso a braccio, senza canovaccio. Confidenziale e diretto. Consapevole di parlare, in quel preciso momento, non solo a dei parlamentari in via di sgombero ma a tutta quella parte di Paese che lo seguiva dai siti internet e dalle televisioni. Sprezzante di ogni pudore. Quando dagli scranni arrivavano brontolii, lui alzava la voce con tono di rimprovero. Già padrone della casa che non avrà neppure il tempo di abitare, se è vero che ha appiccicato sulla porta di palazzo Madama il cartello “In affitto”. Un po’ gradasso e un po’ sbruffone. Un po’ ganassa, un po’ conte Mascetti. Avete presente la scena di Amici Miei in cui il nobile decaduto si esibisce in una spericolata supercazzola con un frastornato vigile urbano? Ecco, il premier ha dato vita a un siparietto di questo tipo. Lui come il Mascetti, i senatori come il vigile gabbato.

Ha sollevato un temporale di parole per spernacchiare i suoi ascoltatori. Una scena un po’ monicelliana e un po’ berlusconiana. Perché il Renzi che fa la linguaccia ai senatores mi ricorda il Cavaliere nel suo ruolo di indefesso frantumatore di etichette e protocolli. Benvenga il Renzi guastatore di ipocriti galatei istituzionali. Insomma, facciamola breve: dieci e lode alla forma. In un deserto di urlatori e ruttatori, è saltato fuori un ottimo oratore. Coi fiocchi. Dopo il fumo vogliamo vedere anche l’arrosto.

E la sostanza, al momento, non varca la soglia della sufficienza. Renzi ha imbastito un polverone di promesse e suggestioni che è difficile immaginare compiute. Ha gonfiato con il respiro della speranza il pallone afflosciato di un’Italia rattrappita. Ha avuto gioco facile nel titillare i desideri di un’Italia spaventata. Ma il rischio reale è che il palloncino gli esploda in faccia. Tra le pressioni della Merkel, le telefonate di Obama, le manovre di De Benedetti e la zavorra di Ncd la strada è durissima. Per non parlare del Pd. Cosa c’entra il Renzi di ieri con le cariatidi polverose della sinistra? Come possono convivere in uno stesso partito Renzi e Rosy Bindi? Giusto per citare un nome a caso… Ma potevo anche dire Prodi o Fassino o D’Alema. I primi a guardarlo con sospetto sono i suoi stessi compagni di partito.

Passando al sodo: dove troverà i soldi per le coperture economiche delle sue faraoniche riforme? La polverosa e conservatrice macchina burocratica dello Stato (toghe comprese) come risponderà alle sue sollecitazioni? Perché è proprio uno dei grandi scogli sui quali il governo rischia di fare naufragio. Il Parlamento non è un consiglio comunale e il premier ha molta meno autonomia di un primo cittadino. Non solo: deve passare attraverso le sabbie mobili dei palazzi capitolini e della perversa macchina legislativa, alla mercé della vera casta: quella dei burocrati. Per ora è tutto appeso alle sue parole, alle sue immaginifiche metafore e alle sue citazioni pop. Troppo poco. Staremo a vedere. Noi ci giochiamo il futuro. Renzi la faccia (è evidentemente un eufemismo).