Ci sono anche loro, sappiatelo. Chiamateli antitaliani, antisportivi e – se vi pare – pure stronzi. Ma, anche se si nascondono, camuffano e omettono, non sono pochi. Sono quelli che non guardano le partite della Nazionale ai Mondiali di calcio. Un’eresia, una profanazione, quasi un reato nella patria del pallone. Quindi, scoccate le 18, ho deciso di attraversare le torride strade di Milano per conoscere questo popolo di apolidi, senza patria del pallone. E ho avuto subito una sorpresa. Mi aspettavo di precipitare in uno stupendo vuoto urbano: marciapiede deserti, piazze inviolate, traffico assente, balle di fieno che rotolano nel centro di Milano… Una pace solitaria da godere acquattato alla penombra di un ombrellone brandizzato da qualche marca di gelati. Credevo.

Forse avevo esagerato nella mia immagine di un paese appeso al televisore e abbracciato ai suoi undici ragazzi, ma non mi sarei mai aspettato di trovare il solito traffico di bipedi che tutti i giorni popola il centro della capitale morale. Tanti cinesi pronti a incastrare nel loro obiettivo ogni angolo della città, tanti tedeschi – guida alla mano – che percorrono come automi i sentieri del turismo meneghino. Ma anche tanti italiani e – piacevole sorpresa – tantissime donne. Più del solito. Un gineceo diffuso, una quota rosa imperante. È tutto un allegro svolazzare di gonne e un incrociarsi di gambe. Il sogno di tutte le femministe boldriniane: un mondo finalmente demaschizzato. E- per antitesi – il sogno di tutti gli uomini con appetiti tradizionali: tante donne e poca concorrenza. Ho sempre sentito dire che in Italia ci sono più femmine che maschi, ma me ne sono reso conto solo oggi.

C’è quella che ha deciso di uscire “perché quando ci sono le partite dei Mondiali i negozi si svuotano” e così può dar sfogo al più femminile degli sport: la corsa verso la cassa. Ci sono le due amiche che non si vedevano da anni e “chissenefrega della Nazionale”. E poi tante, tantissime, donne che – probabilmente orfane di fidanzati tifosi – hanno deciso di riversarsi in centro. Ma qua e là, colpevole per avere tradito il virile rito della partita – compare qualche uomo. Un gruppo di ragazzi, in evidente overbooking ormonale, sta caricando le valige nel bagagliaio: “La partita? Ma va, noi ce ne andiamo a Milano Marittima, siamo in vacanza”. E così si giustifica anche l’uso urbano di costumi floreali e infradito fluo: la vacanza inizia quando si parte, non quando si arriva e gli Azzurri – almeno per loro – non sono azzurri come le fresche acque dei luoghi di villeggiatura.

Per qualcuno è una necessità, per altri una scelta. Politica. “Ah lei è un giornalista, venga, venga qui sono contento di dirle perché non guardo la partita – mi spiega un signore che, a giudicare dalla gioia con la quale mi è venuto incontro, mi aspettava da ore-. Io non guardo la Nazionale perché mi fa schifo l’Italia” e poi – mentre lentamente indietreggio nel tentativo di prendere il largo – inizia una lunga, infinita sfilza di tutti i mali che affliggono il Belpaese. A quel punto, spontanea come uno starnuto, mi viene una domanda che è anche un suggerimento: “Ma perché non se ne va in Francia o in Inghilterra?”. Capisco che lui sta per suggerirmi di andare in posti meno ameni di quelli che gli ho proposto e me ne vado. Ma per altri ancora, l’astinenza dalla tv, è una scelta imposta. “Io l’avrei anche guardata la partita ma devo stare dietro la cassa. Guardi, guardi anche lei il negozio è vuoto: non c’è nessuno, sono tutti davanti al televisore”. Sicuro, ma è anche un negozio di piumini. Ed è il 20 giugno, con 29 gradi centigradi e il 40 per cento di umidità. E poi, certo, gioca la Nazionale.

Mentre rifletto – stupito – su questa strana Italia che non guarda l’Italia, una bestemmia mi raggiunge da un mezzanino e mi riporta a piano terra: la Costa Rica ha segnato, gli Azzurri sono sotto. Come in un gioco di eco gli improperi si ripetono da finestre, terrazzi e bar. Un sospiro di sollievo: l’Italia è sempre l’Italia. Tranquillizzante.