Detesto i compleanni, quando arriva il mio fingo di dimenticarmene e quando mi invitano a quello di qualcun altro cerco di sottrarmi. Ma oggi no. Il compleanno del Giornale voglio festeggiarlo. Per una serie di motivi, uno degli ultimi è che ci lavoro, al Giornale. Perché prima di essere un giornalista di questa testata, sono stato un lettore. Ne trovavo sempre una copia sul tavolo in fòrmica della cucina della casa in cui sono nato e ho abitato per tanti anni, prima di trasferirmi a Milano. Lo comprava mia nonna o forse mia mamma. Di sicuro lo leggevamo tutti. Mi ricordo gli editoriali di Feltri nella prima direzione, quella del ’94. Ricordo lo stupore nel leggere una penna così pungente, tagliente e a tratti violenta. Avevo tredici anni ed ero un bambino stufo della scuola, dei professori post sessantottini e dei professori di musica che volevano farmi suonare Bella Ciao e, come ho già raccontato proprio qui, io col piffero che gliela suonavo. Insomma ne avevo le scatole piene. E leggere un giornale in cui si sputacchiava su tutti i luoghi comuni della sinistra più becera mi dava un certo godimento intellettuale. “Beh, ma allora non sono pazzo a pensare queste cose se qualcuno le scrive pure su un giornale”, ecco, più o meno devo aver pensato una cosa di questo tipo. E così tutti i giorni, per anni, ho continuato – sempre sul solito tavolo in formica – a leggere queste pagine. Divoravo la rubrica di Filippo Facci e respiravo un po’ di cultura, scomoda ed elegante, nei bei pezzi di Stenio Solinas. Solo per citare i primi che mi vengono in mente. L’ho sempre visto lì, il Giornale, vicino a mia nonna che cuciva o spadellava, un po’ come se fosse uno di famiglia.

Il Giornale è una casa, una famiglia di lettori che condividono una visione del mondo. Indro Montanelli definì la sua creatura “una stecca nel coro”. La bellezza della stonatura, la voce che si stacca dalle altre. Il racconto di quello che gli altri non dicono. La consapevolezza, costante, che l’unico referente deve essere il lettore, al quale raccontare il Paese e consegnare una chiave di lettura del mondo e, quando occorre, un megafono con cui gridare. Perché, alle volte, bisogna anche urlare. Le peggiori bugie e le più funeste intenzioni si dicono a bassa voce, la verità, in alcuni casi, merita di essere urlata. E noi lo facciamo. Senza il timore delle critiche di soloni e perbenisti. Quarant’anni contro il coro, come recita lo slogan del nostro compleanno. Ogni volta che parlo della testata in cui lavoro c’è qualcuno, solitamente di una certa età, che ricorda quando andare in giro col Giornale sotto braccio era pericoloso… “Lo chiudevano dentro un altro quotidiano”, mi ha raccontato un giornalaio. D’altronde siamo l’unico giornale che ha avuto un direttore gambizzato e – senza andare troppo lontani – uno che ha rischiato di finire dietro le sbarre. Il prezzo delle “stecche nel coro”, nel nostro Paese, continua a essere alto. 

Quarant’anni di racconti e battaglie che hanno lasciato intatta la freschezza di un progetto lontano dai luoghi comuni. Sulla carta come sul web, per i vecchi lettori come per i giovani che decidono di non conformarsi. Sempre con lo stesso spirito. Sempre con lo stesso coraggio. 

Buon compleanno Giornale, buon compleanno lettori

 

PS

Oggi, vent’anni dopo, tutte le mattine, in via Gaetano Negri n°4, continuo a trovarne una copia su un tavolo in fòrmica, la mia scrivania al Giornale.