Per i sindacati tira veramente una brutta aria. Finalmente. La popolarità della Triplice è ormai sotto zero. Non si sa più neppure chi rappresentino, se non l’interesse di una combriccola sempre più ristretta di privilegiati (e pensionati). E questo lo sapevamo. Eppure ieri sera, guardando Ballarò, mi sono reso conto di quanto sia ormai trasversale e profonda la disaffezione nei confronti dei sindacalisti. Tra i vari ospiti del salotto di Massimo Giannini c’era anche Giuliano Pisapia, il sindaco “arancione” di Milano. Tra i temi in scaletta, ovviamente, l’articolo 18 e il muro contro muro tra Renzi e la Camusso. E qui arriva il colpo di scena: il sinistrissimo Pisapia, senza indugi, demolisce il sindacato corporativo e conservatore. Il sindacato dei signorno e dei veti a prescindere. Meglio tardi che mai. “Ho creduto nel sindacato – ammonisce l’inquilino di Palazzo Marino -, ma ci credo ogni giorno di meno. Per esempio quando ho gli incontri coi sindacati e mi si minaccia uno sciopero generale perché magari faccio fare una fila, invece che due, ai cittadini e faccio spostare, non licenziare!, due lavoratori. Oppure quando i sindacati, è successo due giorni fa, preannunciano uno sciopero perché voglio spostare alcuni commessi nei musei o nelle scuole, visto che ai piani non hanno molto da fare. Ecco, quando si vuole cambiare c’è la difesa corporativa e questo non è più accettabile. La reprimenda del primo cittadino di Milano è una cartina di tornasole, il termometro dell’insofferenza diffusa nei confronti di chi conserva i privilegi e frena il cambiamento di qualunque tipo. Attenta Camusso, se lo ha capito pure Pisapia…