Qualcuno si sarà sentito più giovane. Avrà ricordato i tempi dell’eskimo, delle barricate, dell’impegno. Insomma la solita retorica indigesta della meglio gioventù. Ma qualcuno, come me, ha aperto al finestra per vedere se in strada passavano la Alfa Giulia della Polizia o qualche Fiat 128. Perché a Milano oggi, in questa giornata scura e finalmente autunnale, sembra proprio di veder frusciare i pantaloni a zampa sui marciapiede e le bandiere rosse sventolare sul cielo plumbeo e pesante di pioggia. “Siamo pronti a occupare le fabbriche, perché ci propongono di abbassare i salari”. No, non è una frase di Luciano Lama o di Bruno Trentin. È Maurizio Landini, in corteo a Milano, l’8 ottobre 2014, alle ore 10.42. Anche se è archeologia, preistoria. Occupare le fabbriche? Ma che c… sta dicendo Landini? Quali fabbriche? Quali operai? Quali iscritti? Pensa di essere in Unione Sovietica? Il sindacato non rappresenta più la parte più debole dei lavoratori, cioè i precari. Rappresenta quelli che hanno un posto di lavoro. Quelli che, per fortuna, sono riusciti a ottenere un contratto a tempo indeterminato. I sindacati dovrebbero lottare per tutti gli altri, per quelli che lavorano un mese sì e l’altro no, per quelli che vivacchiano con contratti co.co.pro e altre sigle impronunciabili. I sindacati dovrebbero proporre soluzioni per i più giovani, non minacciare carnevalate anacronistiche che sottolineano – ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno – che hanno perso il contatto con la realtà e rappresentano l’interesse (o i privilegi) di una parte minoritaria di lavoratori. Landini, in che epoca vivi?

 

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