È la fine di un’era, a sinistra. Il termine di un sodalizio consolidato e duraturo nel nome dell’antiberlusconismo. Formidabile collante, l’antiberlusconismo, di ogni accozzaglia. Ma con l’avvento di Renzi il fronte anti Cav ha perso gran parte della sua ragione d’essere. Ha perso fascino e appeal. Nella mitologica puntata di Servizio Pubblico del gennaio 2013 Berlusconi li aveva avvisati: “Sono il vostro core business” e poi si era messo a spazzolare la poltrona di Travaglio. Un anno dopo si è autospazzolato lo stesso Travaglio. O, per usare un termine più al passo con il renzismo, si è rottamato. Lo scazzo tra Michele Santoro e Marco Travaglio è uno spartiacque nella storia dei media di sinistra, un segno dei tempi che cambiano. Impietosi. E lasciano fuori i vecchi arnesi dell’odio seriale. Ieri sera, sul settimo canale, è andata in onda una crisi di nervi collettiva (complici i non esaltanti ascolti della stagione). Perché la lezione sul “diritto di replica” impartita da Santoro a Travaglio è tanto sacrosanta quanto ridicola. Ripetiamo: Michele Santoro intima a Travaglio di “non insultare le persone”. Solo ora. Dopo anni e anni di collaborazione nel nome del più totale sputtanamento. Meglio tardi che mai, per carità. E Travaglio reagisce con isterica stizza, alzandosi e lasciando lo studio. Con stampata sul volto l’onta della lesa maestà. Lui che ama ascoltarsi mentre almanacca – nel più assoluto silenzio – per ore e ore di condanne e fantomatiche trattative Stato-mafia, costretto a genuflettersi alle elementari regole del dibattito, per di più con un politico e un anonimo angelo del fango. Proprio nel giorno in cui la procura di Milano certifica che sul caso Ruby il tribunale di Santoro e Travaglio aveva preso una clamorosa cantonata. Davvero un brutto periodo per Marco e Michele.