Le Cinque Stelle non precipitano, ma lentamente tramontano, svaniscono tra le nubi della politica. I sondaggi descrivono un partito forte (rimane sempre la seconda forza del Paese) ma in lenta e costante erosione. È finita, almeno al momento, la spinta propulsiva. I grillini, disossati dal renzismo, sputtanati dalle deliranti amministrazioni di Livorno e Parma, contaminati dal disamoramento del leader, non saltano più. Sono già fuori moda, fuori tempo, vecchi. Hanno perso il ritmo, la sintonia, con la pancia del Paese. La luna di miele si è liquefatta e loro, da megafono della rabbia popolare, si sono trasformati in bersaglio. Bruciati dallo stesso fuoco che hanno contribuito ad attizzare. Il sipario simbolico sulla messinscena dell’alterità dei pentastellati si è chiuso in un fresco pomeriggio novembrino nell’infuocata periferia romana. Paola Taverna, una che si crede di essere Beppe Grillo in gonnella e che è più famosa per il suo eloquio da osteria (nomen omen) che per le sue iniziative politiche, si è presentata tra gli indiavolati di Tor Sapienza. Pensando di raccogliere consensi e magari pure voti. Invece, gli indiavolati, l’hanno velocemente mandata al diavolo ricordandole che non vogliono “politici” da quelle parti. Bollata. Bollati. Ed è in queste otto lettere che le stelle vanno in polvere. Sono diventati come gli altri. Anche loro. Politici,  casta e tutto quel filone lì. La “gente” non si riconosce più in loro, ma riconosce in loro un “nemico”.