In Italia funziona così: se sei di sinistra insulti chi ti pare ed è un fiorire di pacche sulle spalle. Se sei di destra e te la prendi con un presidente della Repubblica di sinistra (non può essere altrimenti, ché di destra non ce ne sono mai stati) sei un energumeno socialmente pericoloso e ti meriti una condanna a sei mesi (con pesa sospesa, per fortuna, ma l’avvertimento è cristallino). Certo, direte voi, c’è di mezzo il vilipendio al presidente della Repubblica, mentre non esiste nessun reato per le prese per il culo – o gli insulti – nei confronti dei sudditi della suddetta Repubblica. Altrimenti mezza classe politica sarebbe in gattabuia.

Rimane l’assurdo giuridico. In un Paese in cui tutti insultano tutti, in cui ne abbiamo lette, sentite e viste di ogni, nel Paese di Beppe Grillo, uno che quando si alza da letto, ancor prima di essersi lavato i denti, lancia qualche mitragliata di vaffanculo nei confronti di tutti (Napolitano in primis), l’unico che paga è Francesco Storace.  Colpevole di aver ricordato, con toni molto accessi, il vergognoso passato di Napolitano. Si può dire che essere stato comunista quando il comunismo c’era e faceva male è vergognoso? O ci vengono a prendere i corazzieri? Storace ci è andato giù pesante, per carità. Ma nel limite della dialettica. Se ne sono lette di peggio. E nessun giudice si è mosso. Non si può non difendere Storace, non si può non stare dalla sua parte, questa volta. Non è una questione politica, ma una questione di libertà. Libertà, se necessario, anche di insultare.

Ps. E comunque sarebbe l’ora di abolire questo reato medievale di vilipendio al Capo dello Stato.