È un nome. Ma è anche un incubo. Un nome che, quando si libera una poltrona, salta fuori. Torna su, come una frittata di cipolle. Specialmente se si parla di Colle. Di motivi per stare alla larga dal Professore ce ne sono a iosa: è una cariatide cattocomunista – giusto per usare una metafora delicata -, ci ha traghettati disastrosamente nell’Euro riuscendo a farci pagare una tassa per entrare economicamente in un Continente nel quale – geograficamente – già eravamo. Poi i chiacchierati rapporti con Mosca e il Kgb, l’equivoca gestione dell’Iri e la (s)vendita della Sme. Entrando nella questione tecnica della corsa al Quirinale, Prodi non è super partes è – legittimamente – fazioso. Per usare una parola che va molto di moda tra gli alfieri del politicamente corretto: è divisivo. Un modo elegante per sintetizzare un concetto non molto ufficiale ma alquanto efficace: sta sui coglioni a buona parte degli italiani. Di destra, ma pure di sinistra (vedi la carica dei 101).

Ma il racconto migliore resta sempre uno. Sentito e risentito, per carità. Ma vale la pena ricordare, ancora una volta, quando Prodi durante una seduta spiritica scoprì il luogo in cui le Brigate Rosse avevano segregato Aldo Moro. Sì, con una seduta spiritica, parlando con l’aldilà, coi morti, con il tavolino a tre piedi. È tutto scritto e messo agli atti. Leggiamo cosa scriveva, nel 2013 sul Giornale, Gian Marco Chiocci a proposito di questa vicenda molto naïf:

«In data 2 aprile 1978 in località Zappolino, sita in provincia di Bologna, fummo invitati dal professor Clò a trascorrere una giornata nella sua casa di campagna, insieme alle nostre famiglie –  -scrive nel 1981 Prodi (insieme ai presenti alla seduta) alla commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani – Nel pomeriggio, dopo aver pranzato, e a causa del sopravvenuto maltempo, lo stesso Clò suggerì di fare il gioco del piattino (su cui tutti i presenti poggiano il dito dopo aver evocato uno spirito guida sottoponendogli alcune domande)». A qualcuno viene in mente di chiedere dove si trova la prigione di Moro. Insieme ad altre indicazioni, spunta il nome Gradoli. Località che «risultava tuttavia a noi ignota… da un successivo riscontro su una cartina geografica, individuammo la effettiva esistenza di tale località proprio nei pressi di Viterbo». Come va a finire è scritto nei libri di storia e nelle pagine delle commissioni di inchiesta. Prodi, dopo aver tentato di spedire il criminologo Augusto Balloni dai magistrati con quest’informazione, chiedendo di non essere citato, due giorni dopo la scampagnata (4 aprile 1978) gira la notizia a Umberto Cavina, portavoce del segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Che, a sua volta, la inoltra a Cossiga, ministro dell’Interno. Prodi non rivela allora, e non lo farà nei successivi tre decenni, la fonte di quella delazione. In «Via Gradoli», e non a «Gradoli vicino Viterbo» infatti, vivevano i carcerieri di Moro, Mario Moretti e Barbara Balzerani.

Chiunque sia dotato della dose necessaria di senso dell’assurdo, di fronte a questa relazione, è colto da una grande ilarità. Chiunque abbia a cuore le sorti di questo Stivale, dopo aver letto queste righe, inizia anche a preoccuparsi. Tutti (o quasi), ma Prodi al Quirinale no. Lasciamolo parlare con i morti. Ma teniamolo alla larga dagli italiani, almeno quelli vivi.