Da alcune settimane volevo scrivere qualcosa sull’ultimo libro di Massimo Fini, Una vita. Ma poi ho tentennato. Perché ne hanno scritto già in molti e perché non capivo bene il senso di questo libro che, come dice il titolo, è autobiografico. Chiariamoci: il libro, come tutti quelli di Fini, è molto bello e scritto divinamente. Però c’era un però, qualcosa di sotteso e scritto tra le righe che non riuscivo a leggere chiaramente. E per scrivere di un libro devi almeno averlo capito. Non capivo il perché di un altro libro biografico e per giunta così definitivo. Quasi tombale. Dico “un altro” perché Massimo Fini a sessant’anni ha scritto un libro in cui raccontava la sua vecchiaia. A sessant’anni, in un paese nel quale la speranza di vita supera gli ottanta. E questo spiega già molto del personaggio. Di quel nichilismo decadente che striscia attraverso tutti i suoi scritti. Quella malinconia che si acquatta nei ricordi di una Milano e di un’Italia che non ci sono più. Ma detta così Fini sembrerebbe uno dei tanti che vive nel ricordo del passato. Non è così. Fini è uno che ha vissuto la vita fino a consumarla, bruciandola come una di quelle Gauloises che gli pendono sempre da un angolo della bocca. Se esistesse la categoria – e forse esiste – lui sarebbe un giornalista maledetto. In tutto sensi. Perché molti lo odiano e perché lui contraccambia odiandone molti altri. Perché ha bestemmiato tutti i totem della nostra stupida era: dall’illuminismo al culto del denaro (la demonia dell’economia, per dirla con Evola), dal pacifismo al femminismo, dalla democrazia all’Occidente. Ha detto l’inaudito, sempre. Un bastiancontrario patologico. Uno che a furia di sputare contro vento si è preso anche quale sputacchio in faccia. Ma senza fare mai il martire, senza piangersi addosso, senza gridare alla censura di regime. Anche quando la censura c’è stata. Ha scritto per decine di giornali e ultimamente lo leggete sulle colonne del Fatto Quotidiano, giornale che gli ha offerto ospitalità e libertà e che lui non si è mai astenuto dal criticare. A una festa del Fatto, recentemente, per zittire quattro galline femministe che gli impedivano di parlare ha riportato il silenzio sbraitando una sonora bestemmia. Potete immaginare lo stupore del pubblico. Ma Fini è così. Sanamente anarchico. Assolutamente pornografico. In questo suo ultimo libro si denuda. Dalla depressione all’alcolismo, dalla gioventù scapigliata al giornalismo, dalle donne che ha amato alle avventure sessualmente ambigue. Fino alla malattia, tratteggiata con i pastelli della leggerezza. E ora, purtroppo, ho capito il perché di questa autobiografia così definitiva. Mentre ero nella pancia di ferro del treno che mi riporta da La Spezia a Milano ho letto su Facebook il comunicato di Fini. “Sono diventato cieco. O, per essere più precisi semicieco o ipovedente, per usare il linguaggio da collitorti dei medici. In sostanza non posso più leggere e quindi nemmeno scrivere. Per uno scrittore una fine, se si vuole, oltre che emulativa, a suo modo romantica, ma che mi sarei volentieri risparmiato”. Una grande perdita per tutti quelli che, come me, lo hanno sempre ritenuto un Maestro. Un paradosso, per un uomo che ha sempre visto oltre tutte le apparenze. Ma sono certo che continuerà a farlo. Forza Massimo.

CLICCA QUI PER SEGUIRMI SU FACEBOOK