Due cose, solo due. Sulle pensioni e sul grande casino che si è scatenato dopo la sentenza della Consulta. Due cose umanamente scorrette, più che politicamente. Due cose molto egoiste. Ma d’altronde chi ha detto che l’egoismo è una brutta bestia? Lo dice la morale, specialmente quella cattolica. Ma la storia dell’uomo ci racconta come spesso l’egoismo sia stato il propellente di grandi conquiste per tutti, magari involontariamente (sul tema c’è un bel libro: In difesa dell’egoismo, di Barbara Di Salvo). Ecco allora quello che voglio dirvi, faccio in fretta così mi sento meno in colpa: non me ne frega niente della decisione della Consulta, del rimborso e dell’adeguamento delle pensioni. Perché probabilmente io la pensione non la avrò mai. O, se la avrò, sarà una mancetta. Briciole. Peanuts, come dicono gli esperti di economia. Eppure ogni mese quasi metà della mia busta paga viene trattenuta attraverso una serie infinita di stupide voci che comprendono anche la previdenza. Quella degli altri. Perché il dubbio che io stia pagando le pensioni auree di quelli che hanno trent’anni più di me è legittimo. E fa incazzare. Perché devo pagare a chi è più vecchio di me un privilegio – o un diritto? – che io probabilmente non avrò? Perché devo accantonare dei soldi che rischio di non vedere mai più?

Quindi è tutta una guerra generazionale, come ha spiegato nitidamente Vittorio Macioce in questo articolo. Con la maiuscola sfiga che la mia generazione, quella dei trentenni per intenderci, non conta niente. Dal punto di vista numerico, innanzitutto. E a cascata anche dal punto di vista elettorale e politico. Nonostante la tanto preconizzata rottamazione e il premier più giovane della storia patria. Sia chiaro: uno Stato che non mantiene gli impegni e che si rimangia la parola data è uno Stato che non merita rispetto. Quindi la restituzione dei danari prevista dalle toghe è sacrosanta. Ma mentre tutta l’opinione pubblica si muove per far sganciare il malloppo al governo, nessuno sembra stracciarsi le vesti per quella generazione che entrerà nel mondo del lavoro in tarda età e ne uscirà – ammesso che faccia in tempo a uscirne – quando avrà superato i settant’anni. In cambio di un piatto di lenticchie. Nessuno sembra preoccuparsi per questa prospettiva. Non lo fanno i cinquantenni che, giustamente, pensano alla loro di pensione. Ma non lo fanno nemmeno i trentenni, molti dei quali non riescono a trovare neppure un lavoro. Figuriamoci se pensano alla pensione. Dovrebbe farlo il governo, se fosse degno di questo nome.

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