C’è voglia di estero. Non è il caldo, non è agosto. Non c’entrano le vacanze. C’è voglia di colonizzazione, voglia di Merkel. Non voglia di “una” Merkel italiana, quindi in fin dei conti di un capo del governo che pensi prima di tutto all’interesse dei suoi concittadini e non li metta infondo alla fila, dopo europei, zingari, profughi ed extracomunitari vari. C’è proprio voglia della Merkel, l’originale, la culona Made in Germany. Voglia di qualcuno che ci levi le castagne dal fuoco, che ci sollevi dall’incubo di dover badare a noi stessi, per farla finita una volta per tutte con questa responsabilità al di sopra delle nostre capacità che qualcuno si ostina a chiamare democrazia. Gli italiani, certi italiani, sono perfetti ed eroici patrioti. Di patrie altrui. Pronti a mettersi la mano sul cuore allo sventolare di qualsiasi bandiera, purché non sia la propria. Siamo stati tutti americani, tutti francesi, tutti arabi, tutti palestinesi, tutti migranti e tutti neri. Ma non ci ricordiamo mai di essere almeno un po’ italiani. Una specie in via di (auto)estinzione. La voglia di invasione è l’ultima frontiera del nostro compiaciuto complesso di inferiorità, ma chi lo ha veramente – se mai riuscisse a diagnosticarselo -, lo bollerebbe come inferiority complex, certificando involontariamente la sua malattia. Per carità, non c’è nessuno – per ora – che abbia fondato un movimento “italiani per la Merkel”. Dico la Merkel, ma lo stesso discorso vale anche per gli adoratori di Putin o di Obama, per tutti quelli che vorrebbero una bambinaia d’oltre confine. Non c’è nessuno, dicevo, che lo ammetta apertamente. Ma il desiderio striscia qua e là e ogni tanto salta fuori. La nomina dei sette direttori stranieri di musei italiani ne è solo l’ultima prova. Strangers do it better. È questa la filosofia. Sono tutti migliori di quegli arruffoni degli italiani. E poi ci lamentiamo della fuga dei cervelli.
Saranno sicuramente bravissimi e preparatissimi, lorsignori. Facciamo loro i nostri migliori auguri, perché il bene di quei musei è il bene del nostro Paese. Ma resta il dubbio che queste nomine siano frutto della solita e strasfigata mentalità esterofila che azzoppa il nostro Paese. Il colpo di scena di un governo che non sa più che pesci e prendere e decide di giocarsi i fuochi d’artificio del “papa straniero”. E già sui quotidiani, dal Fatto al Corriere della Sera, serpeggia l’idea che il “metodo Franceschini” possa essere utilizzabile anche in altri settori della cosa pubblica. E per arrivare alla politica il passo è breve. Brevissimo. Vuoi mettere uno svizzero a gestire le poste o i treni? E via di stupidaggini del genere. Ma questa “voglia di lanzichenecchi” è la maiuscola resa di un Paese con una minuscola stima di se stesso, un Paese che ha le pezze allo spirito ancor prima che al culo, che ha rinunciato a pensare e immaginare un futuro. La resa di un popolo pronto a dare le chiavi di casa al primo che passa, piuttosto che rimboccarsi le maniche e cercare di cambiare il corso delle cose. Abbiamo iniziato con gli Uffizi, che sono la nostra storia, le nostre radici, il nostro albero genealogico. Finirà che nei musei ci finiremo noi, gli italiani, come ricordo di un popolo che non c’è più. Che tristezza.