Marino si è dimesso. Menomale. Ma in questi giorni il Pd ha fatto finta di non conoscerlo. Perché fa comodo a tutti puntare il dito sul caso umano, è più divertente per le cronache e soprattutto meno imbarazzante per il Partito Democratico. Che lo tratta come uno sconosciuto. E vero che Marino è riuscito a imbucarsi anche in un viaggio papale, ma con la sinistra non è andata proprio in questo modo. Marino ha vinto le tanto decantate primarie, è stato oggetto di una campagna elettorale compulsiva al grido di “Daje” e – dopo la vittoria – è stato accolto dai piddini come l’ennesimo liberatore dell’Italia dai barbari, perché la sinistra è ostaggio del venticinqueaprilismo, una sindrome per la quale ogni vittoria non è un semplice cambio al timone – come avviene in tutte le democrazie del mondo – ma è sempre l’avvento di una nuova era, la fine di una dittatura.

Certo, Alemanno aveva governato male. Ma Marino – ed in questo senza ombra di dubbio ha eccelso – è riuscito a fare molto peggio. Vi ricordate tutta la propaganda dell'”uomo normale”, del cittadino onesto che – ovviamente – viene dalla casta dei superuomini della società civile, del chirurgo fuggito con il suo cervello sottobraccio negli Usa a mietere consensi e quindi ancora più figo perché solo i migliori se ne vanno e poi se uno funziona in America è per forza il numero uno? Sembrava quasi che l’esule di ritorno si sacrificasse per noi, per ridare eternità a una città sempre più interinale. In tutti i sensi. Per non parlare delle foto nelle quali sgambettava in bici col caschetto in testa per le strade di Roma, con al seguito i poliziotti di scorta – tutti in bici – che si scapicollavano sotto il solleone. Perché nella mitopoiesi democratica l’auto è da stronzo capitalista. Se è blu poi si avvicina al male assoluto.
Poi sono iniziati i guai, è finita la luna di miele: Marino ha iniziato a fare il vero Marino. Si è scoperto che non aveva l’auto blu, ma in compenso aveva quella rossa e la parcheggiava pure sul marciapiede, senza pagare le multe. Quisquiglie. Poi, a cascata, sono esplosi tutti i bubboni del primo cittadino, fino ad arrivare ai viaggi a scrocco, gli eventi ai quali si imbuca e le bottiglie di vino pagati con la carta di credito del Comune. Comportamenti gravi e schifosi. Ma sono solo il cucuzzolo della montagna, perché la colpa principale di Marino è la sua totale inadeguatezza al ruolo. Per questo si deve dimettere: manifesta incompetenza. Non si può lasciare la Capitale nelle mani di un incapace. Ma chi lo ha messo lì questo disastro della natura? Gli elettori, certo, ma innanzitutto il Partito Democratico che ora, furbescamente, lo tratta come un corpo estrane.
Date un’occhiata qui:
“Marino sindaco di Roma? Ignazio lo farà e sarà un grande sindaco” (1 giugno 2013). “Un sindaco di Firenze del passato, Galli, propose un patto tra le città d’arte tra Firenze, Roma e Venezia. L’idea può essere rilanciata come risposta ai problemi del turismo”. (4 settembre 2013).
Tutto firmato da Matteo Renzi. Capito? Voleva pure fare un patto, un’alleanza per rispondere “ai problemi del turismo”… Non aveva capito che Marino i problemi li crea e non li risolve. Ora è un appestato. Fine della liaison. Per carità: il divorzio è sacrosanto, ma negare di essere stati sposati è una presa per i fondelli. Invece ormai lo chiamano tutti il “sindaco marziano”, quando in realtà viene da un pianeta rosso molto più vicino alla terra: il Pd. Ed è l’ennesimo fallimento della sinistra italiana. Non dimentichiamocelo.

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