Tra pochi giorni, ormai poche ore, andremo a votare. Per eleggere un nuovo governo? Per scegliere chi ci governerà nei prossimi cinque anni? Per determinare una piccola porziuncola del nostro incerto destino? Ma va, queste sono quisquilie, lasciti muffosi di quel ferro vecchio che è la democrazia. L’importante è andare a votare. Cosa? Fatevi i fatti vostri, quello è marginale. E quando voi vi lamenterete che in Italia non si vota mai, qualcuno vi zittirà ricordandovi che il 17 aprile siete andati a depositare la vostra fondamentale opinione. Sulle trivelle. Ripetiamo: sulle trivelle. Un problema primario, perbacco. Un esercizio elettorale davanti al quale il tele voto dell’isola dei famosi sembra una maestosa prova di democrazia diretta.
D’altronde chi di voi non ha una trivella in giardino per tirare su un bicchiere di petrolio o una in casa per rompere le balle a quello dell’appartamento sottostante quando aziona il battitappeto in orari antelucani?
E poi cosa ne sa il popolo italiano delle trivelle? Un accidente. Ne sapranno qualcosa, gli ingegneri, i geologi ma tutti gli altri – a occhio e croce direi la stragrande maggioranza – non ne sanno un’acca. Ed è questo il paradosso della nostra sbilenca democrazia: non possiamo dire la nostra sul governo o sul premier, ma ci chiamano a raccolta – e noi ci accapigliamo – su delle maiuscole belinate. Ora: se io voto un governo lo faccio anche per delegare, in particolare quelle scelte sulle quali dovrebbero esprimersi degli esperti, dei luminari del settore. Non il primo che passa per la strada, il quale, giustamente, non ha mai maneggiato una trivella e chiede solo che non gli si trivellino troppo i maroni. Invece no. Ora siamo tutti esperti di carotaggio e di estrazione di combustibili, così come anni fa diventammo tutti esperti di fecondazione assistita o eterologa. Col risultato che, nella migliore delle ipotesi, non si raggiunge il quorum e si sputtana un po’ di pubblico danaro. Nella peggiore vince una parte solo sulla base del furore ideologico o della polemica di turno. Esempio: trasformare il referendum sulle trivelle in un sondaggione su Renzi. La conseguenza è l’ennesima mortificazione di
un istituto di democrazia diretta che è stato fondamentale per la nostra storia e che ora invece è lontanissimo dalle nostre esigenze. Un po’ come le elezioni politiche. E ora andiamo tutti a giocare con le nostre trivelle. Per votare le cose serie c’è tempo.