Lo so, non si parla male del Papa. Specialmente se si è atei. È una questione di bon ton, di rispetto delle regole del galateo. Ma quando il Vescovo di Roma si trasforma in un attore della politica globale, criticarlo credo che sia legittimo. Financo doveroso. Perché le continue uscite sull’immigrazione, gli attacchi all’Europa che dovrebbe spalancare le porte a chiunque e la delegittimazione costante del capitalismo sono intollerabili. Basta. Inizi lui – che si chiama appunto Pontefice – a costruire ponti invece che vivere blindato in una delle cittadelle più militarizzate e inespugnabili del pianeta. E portare dodici profughi dalla Grecia all’Italia non serve a nulla, è solo un’ipocrita video opportunity che il Papa mediatico non si è fatto sfuggire. Un atto di scafismo simbolico. L’Europa ormai ha porto tutte le guance – e non solo – che aveva a disposizione. Ed è arrivato il momento che inizi a prendersi cura di se stessa. Se necessario costruendo anche dei muri o delle mura come quelle Leonine – belle solide e spesse – che edificò Papa Leone IV a metà dell’800 per difendere il Vaticano dai musulmani. Francesco invece fa il barricadero anti muri, l’oltranzista dell’idea che l’Occidente sia un ostello aperto a qualunque avventore. Una posizione assolutamente in linea con le idee della sinistra radicale, ma totalmente slacciata dalle esigenze e dai problemi degli italiani. E quando gli antagonisti al Brennero fanno casino e spaccano tutto in nome del l’abbattimento delle frontiere e della libera migrazione, non posso non pensare che alla fine sono sulla stessa linea del Papa. Loro black bloc. Lui white bloc.