Dei destini della Rai potremmo anche fregarcene. Se non fossimo costretti a pagarla. E dopo la chiusura del programma di Nicola Porro – uno dei pochi validi motivi per sborsare l’infame canone – ora giungono nuove voci sul riassetto di viale Mazzini. Una cosa la avevamo già capita: la Rai di Renzi sarà fatta a sua immagine e somiglianza; uno specchio che ogni mattina confermerà al premier quanto è bravo, bello, vincente e come è stato fenomenale nel trasformare questo disastrato Paese in un eden. La lottizzazione è sempre esistita e sempre esisterà. Ma Renzi ha fatto un salto di qualità. Prima le tre reti venivano spartite tra i partiti. Ora una sola persona le ha prese tutte. Renzi 1, Renzi 2 e Renzi 3, sarebbe giusto ribattezzare così le prime frequenze.

Intanto, dai corridoi della TV di stato, giungono notizie agghiaccianti. Ieri, su Repubblica, Annalisa Cuzzocrea, scriveva che i nuovi palinsesti di Campo dall’Orto (che già nel cognome contiene un indizio sulla professione che avrebbe dovuto intraprendere) saranno improntati all’infotainment. Cos’è l’infotainment? L’informazione più l’intrattenimento. Cioè quella roba che fino a pochi giorni fa i signorini della comunicazione consideravano l’abominio del giornalismo. Per essere espliciti: Barbara D’Urso. I suoi programmi sono esempi di infotainment. E vanno benissimo, sia chiaro. Ma magari il servizio pubblico dovrebbe affiancargli anche programmi di giornalismo nel senso tradizionale del termine. Vedremo se se gli stessi signorini, che volevano bruciare la D’Urso sul rogo dell’inquisizione dell’ordine dei giornalisti, si stracceranno la vesti anche in questo caso. Ho dei dubbi. Ma peggio della renzizzazione c’è solo la bignardizzazione. Perché la nuova direttrice di Rai Tre, secondo il Messaggero, avrebbe diramato rigidissime circolar sull’abbigliamento di chi sta davanti alle telecamere. Non ci sarebbe niente di male, non si può andare in onda in ciabatte e canottiera. Non ci si dovrebbe neppure andare in giro per la strada, ma questo è un altro discorso. Il problema è che la Bignardi, suorina del radicalchicchismo salottiero, vuole mettere il burqa a Rai Tre – sempre più Tele Kabul – e costringere tutti a vestirsi con la sua azzimata finta modestia – massima espressione di arroganza – e vuole obbligare i giornalisti a fare l’aerosol in quel suo clima da proto femminista intellettualoide che prima di ricevere gli ospiti disordina libri per la casa per far vedere che è impegnata in profondissime letture. E poi in mezzo ai libroni di Umberto Eco tiene Diva e Donna. Il contrario del maiuscolo Jerry Calá che in Yuppies comprava Il Sole 24 ore e lo nascondeva dentro una copia di Playboy. Lezione di stile.

Ecco cosa prevede il galateo di Daria: “Un look alla Bignardi – scrive il Messaggero -.  Niente più abiti fascianti, niente tubini, rigorosamente banditi quelli di colore nero. Sono troppo sexy per la tv di Stato. Sugli orecchini la Bignardi è stata lapidaria: al bando quelli vistosi. Bandito anche il tacco 12. E pure sul trucco non si può uscire dal seminato. L’ordine della Bignardi è perentorio: “Trucco leggero”. Nessuna licenza, neanche se la richiede la conduttrice. Camicetta sobria (consigliati i “colori tenui”), scollature minime (al massimo si può far prendere aria al collo), gonna o pantalone e tacco rigorosamente basso”. Praticamente un ritorno alla Rai degli anni Cinquanta, Sat2000 a confronto sembrerà uno spettacolo di Dita Von Teese. La Bignardi in Sofri con una salvietta struccante vuole cancellare trent’anni di scoppiettante rivoluzione cultural-catodica partita col Drive In. Certo non si può andare in TV nudi, ma segare i tacchi e chiudere le scollature è una mortificazione talebana. È femminofobia, sessuofobia, tettofobia, culofobia. L’oscurantismo delle forme. Il tettisticamente corretto. È il solito spirito codino di una sinistra che si crede chiesa e dogma, che si spaccia per aperta e accogliente ma è solo una casta così ermetica da ricucire anche le scollature. Una tetta non ha mai fatto male a nessuno. L’ipocrisia fa danni quotidiani.