Quando soffiano i venti del cambiamento, qualcuno costruisce muri, altri costruiscono mulini a vento. Per indole, per simpatia e per inclinazione opto per i mulini a vento purché siano fatti di mattoni e cemento e non d’argilla. Il mercato è globale, barriere e protezionismi sono crollati. Le merci circolano a velocità astronomiche e le informazioni attraverso le reti alla velocità della luce, le linee di produzione, le industrie si spostano nevroticamente nel globo e i flussi monetari vanno dove è più facile speculare.  Lo scenario socio-economico mondiale è mutato. Cina, India, Brasile, Russia e tanti altri corrono a ritmi folli, con prospettive e basi diverse. L’Italia invecchia, imbianca e si siede, non reagisce, è disillusa, ripercorre nevroticamente il proprio passato, è confusa, pallida, malaticcia (per non dire terminale), ma tutti gli economisti sanno che un mercato mutato va affrontato diversamente. Mi viene in mente Einstein: “I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati”.
Tutti i paesi con costo del lavoro elevato hanno rivisto le proprie economie. L’hanno fatto gli USA, la Germania, il Giappone, il Canada ed altri. L’azienda tipica italiana oggi è ancora rivolta al “settore produttivo medio”. Competere sul low cost è spesso una perdita di tempo. O si abbattono i costi produttivi nei settori a basso valore aggiunto, razionalizzando le tecniche produttive e riducendo l’impatto della manodopera, oppure si devono accettare le conseguenze senza maledire altre razze; diversamente buttiamoci sul prodotto a forte valore aggiunto e tecnologico in settori come l’informatica, l’high tech, la ricerca scientifica, l’attività bancaria e finanziaria. Ma per questo servono infrastrutture di alta qualità e conosciamo l’Italia delle inefficienze nel settore dei trasporti, nelle telecomunicazioni, infrastrutture e nella P.A. E L’imprenditore che non riesce a competere viene abbandonato a se stesso.
Dimentichiamo per un momento i problemi. Non pensiamo alla dipendenza energetica, alla burocrazia, alla tassazione, alle rigidità imposte, al debito pubblico, al difficile accesso al credito. Oggi paghiamo la frammentazione delle aziende micro-dimensionate, molte delle quali non riescono ad imporsi e competere su scala globale. Il mercato interno non sostenta le esigenze del nostro tessuto aziendale, lo capiscono anche i criceti; lo stato si ostina a non comprare tecnologia (e quando lo fa paga in ritardo) come fa quello americano o cinese, basta vedere i dati e le aziende che esportano hanno indicatori positivi, ma non disperiamo.. l’Italia è ricca di innovatori, creativi ed ideatori, ed è da loro e con loro che dobbiamo ripartire. Basta dar loro voce. La politica e quindi lo stato deve percorrere la strada delle riforme, dando priorità assoluta alle esigenze delle imprese per ricreare occupazione e consumi, riscrivendo l’apparato burocratico, incentivando ad ogni costo gli investimenti nell’alta tecnologia ma soprattutto favorendo l’ingrandimento delle imprese; più un’azienda cresce più merita un occhio di riguardo e deve poter dialogare in maniera più costruttiva con i vari organismi statali e territoriali; ed è quello che tipicamente non succede. Le aziende virtuose che diventano globali vanno premiate ed incentivate, perché trascinano iniziative ed innovazione. Tutte le entità che sviluppano alta tecnologia devono beneficiare di forti agevolazioni, soprattutto fiscali. L’attenzione verso le università diventa fondamentale come collettore ed incubatore di cervelli. Non solo non vanno fatti tagli, ma vanno implementati gli investimenti, sottraendoli a settori improduttivi. Solo con competenze e grazie alle competenze ne usciremo. Solo se le aziende stanno bene, staremo bene tutti. Non è difficile da capirlo.

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