È iniziata la girandola delle candidature a Sindaco delle principali città italiane (Roma e Milano, anzitutto) e i nomi che stanno circolando hanno in comune una caratteristica: nessuno è un cosiddetto “politico di professione”. A Milano si parla di Sala, Del Debbio, Scaroni. A Roma si fanno i nomi di Marchini e Malagò. Mentre candidature tutte politiche come quella della Meloni a Roma o di Majorino a Milano sono intese con diffidenza, come profili deboli e poco in grado di incarnare una proposta di governo sufficientemente autorevole per le rispettive città.

Viene dunque da chiedersi: la politica vive di un quid specifico oppure può essere sempre e comunque fungibile da parte di figure provenienti da altre attività umane? E ancora, il totus politicus è vittima di una crisi definitiva e irreversibile, oppure sta attraversando una fase transitoria, per cui prima o poi tornerà nuovamente alla ribalta con lo specifico delle sue competenze? Che fine ha fatto la politica come vocazione (beruf), oltre che come professione, di weberiana memoria? Esiste ancora? O forse non è mai esistita? O è destinata a tornare, una volta superata definitivamente l’egemonia tecnocratica che, in anni recenti, ha accompagnato la crisi economico-finanziaria e i diversi sforzi per uscirne?

In una società complessa, come la nostra, la politica costituisce senza dubbio un’attività specifica, con i suoi codici e le sue regole. Se all’epoca di Aristotele, l’uomo come zoòn politikòn  era da intendersi più come essere “sociale”, capace di relazioni nella comunità, invece che “politico”, dalla nascita della politica moderna, già con Machiavelli, la virtù politica viene intesa come una qualità specifica, tipica del Principe o di colui che si occupa della cosa pubblica. Ed è interessante notare come per Max Weber, fra le doti dell’uomo politico, che è colui che vive per la politica (portandone appresso il vivo fuoco) e non di politica (come fa viceversa chi dall’esercizio professionale della politica trae una fonte di sostentamento economico e materiale), vi fosse quell’equilibrata combinazione etica fra convinzione e responsabilità in grado di sottrarne l’operato all’egemonia della tecnica (oggi diremmo della tecnocrazia), così come alle tentazioni demagogiche. Ma tant’è, queste sono le doti – difficilmente reperibili sul mercato – del vero leader politico, che sempre secondo Weber avrebbero dovuto accompagnarsi a un genuino carisma naturale. E tutto ciò propende a favore di una concezione del politico come di uno specialista, della rappresentanza e del governo, nel campo peculiare delle decisioni imperative, cioè delle scelte che valgono per tutti i membri di una comunità.

L’evoluzione del ceto politico, nel nostro paese come nel resto delle democrazie occidentali, ha visto passare la costruzione di queste capacità specialistiche attraverso diverse situazioni storicamente determinate. All’epoca dei partiti dei notabili, si trattava di persone che svolgevano attività politica in grande autonomia, sfruttando le privilegiate condizioni economiche del proprio rango. E i partiti erano sostanzialmente rassemblement di eletti, i cui membri contavano molto di più delle stesse organizzazioni in cui si raccoglievano, che esistevano quasi esclusivamente a livello parlamentare. Con l’avvento dei partiti di massa, invece, il personale politico è venuto formandosi all’interno di organizzazioni che, grazie al sostegno economico dei propri iscritti o al finanziamento pubblico, potevano svolgere attività politica senza dover disporre di risorse economiche personali, anche se in condizioni di maggiore dipendenza dalle stesse organizzazioni che li reclutavano come funzionari o li candidavano alle cariche pubbliche. E in questo modo i partiti sono diventati responsabili, in maniera autonoma e indipendente, talvolta pressoché esclusiva, della selezione di gran parte del personale politico.

Oggi, che nel contesto delle democrazie occidentali i grandi partiti di massa non ci sono più oppure sono in difficoltà, quella funzione storica di reclutamento e formazione del ceto politico viene rimessa radicalmente in discussione. Partiti poco strutturati, come quelli italiani che in Europa sono certamente fra i più in difficoltà, in forte difficoltà nel selezionare e formare un personale politico e amministrativo dotato di reputazione e autorevolezza chiaramente riconoscibili da parte dell’elettorato, si rivolgono alla società civile per individuare le persone da candidare ad importanti cariche pubbliche. E nel contempo, la società civile diviene sempre più esigente rispetto ai profili dei potenziali candidati alle cariche pubbliche più importanti, come appunto i Sindaci delle grandi città, pretendendo più che in passato che si tratti di figure in vista e interpretando la loro eventuale estraneità alla politica di professione (intesa come il vivere di politica, non per la politica) come un punto di merito. Ciò non significa che la politica non esista più, ma soltanto che sta assumendo una nuova forma. Forse la politica come vocazione, così come la intendeva Max Weber, esiste ancora. Di certo, alberga ben poco nei partiti. E nel nostro paese, più che altrove, questo è particolarmente vero.

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