La manifestazione di domenica ha aperto una nuova fase politica per il centro-destra italiano. Era dal dicembre 2006, con Berlusconi, Bossi e Fini, che non si vedeva una manifestazione unitaria di quello schieramento. La riforma della legge elettorale, che nel caso in cui nessuna lista ottenga al primo turno il 40% dei consensi prevede un ballottaggio fra le due liste che hanno ottenuto più voti, ha senza dubbio contribuito a produrre un primo incentivo alla ricerca dell’unità (anche se il centro-destra avrebbe preferito una legge elettorale che attribuisse il premio di maggioranza alla coalizione invece che alla lista). Così come il pericolo rappresentato dal Movimento 5 stelle, che in assenza di un’alleanza strategica fra le forze di centro-destra, avrebbe gioco facile a confrontarsi con il Pd nel ballottaggio. Per il momento, dunque, i propositi unitari manifestati da Forza Italia, Fratelli di Italia e Lega Nord vanno per lo più attribuiti a ragioni di convenienza elettorale. Il prossimo anno si terrà una importante tornata di elezioni amministrative e questo primo banco di prova, sulla strada che porterà alle elezioni politiche del 2018, rappresenta già di per sé un valido motivo per ricostruire uno schieramento moderato capace di competere alla pari con Pd e Movimento 5 stelle.

Ma al di là della convenienza elettorale, si tratta di capire su quali basi programmatiche possa fondarsi un centro-destra come quello che è sceso in piazza a Bologna, al fine di rappresentare una credibile prospettiva di governo del paese. E da questo punto di vista, le visioni di Berlusconi, Salvini e Meloni su alcuni temi fondamentali di una possibile agenda di governo (tagli alle tasse, immigrazione controllata, sicurezza, spending review) sono senza dubbio in sintonia. Restano però due imprescindibili nodi politici da sciogliere: la questione della leadership e il giudizio sull’Europa.

Forse potrà sembrare prematuro, ma di certo la scelta del futuro leader rappresenta una questione delicata e di non facile soluzione. Lo si è visto chiaramente dai commenti del giorno dopo, con molti esponenti di Forza Italia che hanno partecipato alla manifestazione di Bologna che hanno avvertito la necessità di ribadire il primato di Silvio Berlusconi, quale unico leader che ha finora saputo portare il centro-destra alla vittoria. Matteo Salvini, per il momento, non sembra interessato a replicare: già ieri, a chiosa di una giornata che lo ha visto protagonista insieme alla Lega Nord, ha detto chiaramente che “chi fa il leader è l’ultimo dei problemi”. E, cosa ben più significativa sul piano politico, ha pure affermato che “se le primarie si fanno meglio, se no ce ne faremo una ragione”. Certo, ciò di per sé non basta a escludere quella che a tutti gli effetti è una legittima ambizione a rivestire il ruolo di candidato premier in occasione delle prossime elezioni politiche. Del resto, se la Lega Nord da qui a due anni dovesse confermarsi il partito di centro-destra con più consensi, il fatto che il suo capo avanzi la pretesa di candidarsi a Palazzo Chigi non dovrebbe sembrare fuori luogo. Il punto è, semmai, se Salvini possa succedere a Berlusconi nel rappresentare per tutto l’elettorato moderato, e non solo per i supporter della Lega, una credibile guida di governo.

E qui veniamo al secondo nodo politico da sciogliere, quello relativo al giudizio sull’Europa, o meglio su quell’Unione Europea a “trazione tedesca” con la quale, volente o nolente, il centro-destra sarà tenuto a confrontarsi. Un’Europa sulla quale pende un giudizio di Fratelli d’Italia e Lega Nord molto negativo e pesante, che Silvio Berlusconi e Forza Italia non possono condividere in maniera scontata. Poiché non si tratta soltanto di assumere un orientamento critico nei confronti di un’Unione Europea troppo condizionata dalle tecnocrazie e dal predominio tedesco, cosa sulla quale Berlusconi, Salvini e Meloni vanno sicuramente d’accordo, ma vuol dire anche di scegliere se mantenere o meno un riferimento a quella tradizione politica continentale che si riconosce nelle insegne del Partito Popolare Europeo, al quale Forza Italia appartiene, mentre la Lega Nord no (e certamente Fratelli d’Italia non apparterrebbe, se solo fosse riuscito ad eleggere un deputato europeo). Le grandi famiglie politiche continentali, quella socialista e democratica, così come quella popolare e democratico-cristiana, stanno attraversando una profonda crisi valoriale e politica. Strette come sono fra le politiche di rigore orchestrate dalle burocrazie di Strasburgo e di Bruxelles (alle quali si associano i vertici della Bundesbank e la Corte costituzionale tedesca) e il crescente consenso ai partiti populisti ed euroscettici che si registra in tutti i paesi dell’Unione. Ciò nonostante, e pur tra mille difficoltà, esse continuano a rappresentare il punto di riferimento rispettivamente di moderati e progressisti europei. In una logica di schieramento che Silvio Berlusconi in passato ha sempre condiviso. Ma che il centro-destra andato in scena a Bologna potrebbe mettere in discussione.

Leadership e Europa saranno le due cartine tornasole di questo centro-destra. E forse anche per questo la manifestazione di domenica è destinata a inaugurare una nuova stagione per i moderati italiani.

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