Gli attentati di ieri sera a Parigi ci fanno ripiombare nel clima violento e macabro dei primi giorni del 2015 quando, sempre a Parigi, due terroristi islamici avevano colpito la redazione del giornale satirico giornale Charlie Hebdo, uccidendo dodici persone e ferendone altre undici. E offrono un’ulteriore conferma, se ancora ve ne fosse bisogno, del fatto che i paesi del mondo occidentale, e quelli che si rifanno ai loro valori, con l’Europa in prima linea, sono in guerra con il fondamentalismo islamico. Perché questa è a tutti gli effetti una “guerra”, che così deve essere definita affinché non si corra il rischio di perderla. Certo, non si tratta di una guerra con le stesse caratteristiche del passato. Ma ciò francamente non significa nulla. Se non la nostra incapacità di comprendere adeguatamente quanto sta accadendo e il pericolo mortale che giorno dopo giorno corriamo nel non combatterla.

Si tratta di una guerra terroristica, globale, tecnologica e religiosa, come ha scritto Giovanni Sartori in un libro pubblicato l’estate scorsa, dal titolo “La corsa verso il nulla“. Si tratta di una guerra “terroristica” perché non presenta le caratteristiche tipiche della guerra convenzionale, cioè non si esprime in un confronto belligerante fra eserciti, ma viceversa usa la tecnica del “terrore” per uccidere in maniera indiscriminata, creare paura e panico, rendere incerta la nostra esistenza quotidiana. Anche se nei territori fra la Siria e l’Iraq la proclamazione di Dāʿish, cioè dello Stato islamico, così come l’azione dei gruppi dell’ISIS in quelle stesse zone, rappresenta chiaramente un tentativo di dare forma e organizzazione, attraverso la ricerca del monopolio nell’uso della forza, ad un vero e proprio stato. E’ una guerra “globale” perché a differenza del terrorismo interno la sua scala è il mondo, dagli Stati Uniti ai paesi europei, dagli stati del Maghreb, fino ai paesi islamici considerati moderati (Egitto e Arabia Saudita in testa). E’ una guerra “tecnologica”, perché da un lato sfrutta ad un tempo le potenzialità e la vulnerabilità della società tecnologica: utilizzando i social network per diffondere il proprio messaggio di odio e violenza, così come la permeabilità e la fragilità di una società altamente complessa e differenziata come la nostra. E’ infine una guerra “religiosa” perché è alimentata da un fanatismo fondamentalista di ispirazione religiosa, nel quale trova proseliti e martiri che rendono gli stessi gruppi terroristici un’arma dotata di una determinazione micidiale, che è illusorio pensare di contrastare con le strategie in passato utilizzate per combattere il terrorismo di matrice politica.

Se riconosciamo che siamo in guerra con questo nuovo tipo di terrorismo fondamentalista religioso, globale e tecnologico, allora dobbiamo anche ammettere che questa guerra sarà purtroppo molto dura, che dovremo principalmente combatterla in casa nostra, perché sarà in casa nostra che potremo vincerla o perderla, che ciò non escluderà di doverla combattere anche in Medio oriente (laddove ormai da circa tre anni alcuni popoli sono soggiogati o lottano duramente per difendersi dalle milizie nere dell’ISIS) e che sarà una guerra senza quartiere, come soltanto il fanatismo religioso può essere in grado di generare.

Soltanto la consapevolezza di queste condizioni, e la cruda realtà che ce le manifesta sotto gli occhi ogni qual volta si verificano delle stragi come quelle di ieri a Parigi, possono permetterci di vincere questa guerra, così da salvaguardare le istituzioni liberali e democratiche su cui si fonda il mondo occidentale. Perché il connotato fondamentale di questa guerra resta il fatto che da una parte c’è la libertà, la tolleranza e quell’insieme di opportunità che il mondo occidentale ha saputo conquistarsi dopo secoli di conflitti e di guerre, mentre dall’altra parte c’è l’oppressione, il fanatismo e quell’insieme di costrizioni, di libertà conculcate, che delle milizie in Medio oriente e delle cellule terroristiche in tutto il mondo vorrebbero imporci con la violenza e il terrore.

Come nella lotta al terrorismo politico, che molti paesi europei si trovarono a fronteggiare fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta dello scorso secolo, anche la guerra contro il terrorismo fondamentalista islamico deve essere condotta credendo nella superiorità delle istituzioni democratiche. Istituzioni alle quali la tradizione liberale richiede di essere tolleranti e garantiste. Ma che di fronte all’intolleranza di chi vuole sovvertirle minandone le fondamenta, hanno il diritto di divenire intolleranti. Proprio perché in gioco c’è la sicurezza delle persone e la tenuta delle istituzioni che ne garantiscono la libertà.

Siamo in guerra, e lo siamo per le nostre libertà. Siamo in guerra entro i nostri confini, così come dovremo quanto prima andare in guerra nei territori fra la Siria e l’Iraq, e nella Libia che è ormai terra di nessuno, al fianco dei curdi siriani che nel luglio scorso hanno riconquistato Kobane e che ancora oggi la stanno difendendo dall’assedio delle milizie di Abū Bakr al-Baghdādī. E non soltanto utilizzare droni e attacchi aerei, perché per sconfiggere questo tipo di terrorismo, dobbiamo anzitutto sottrargli l’orizzonte politico del Califfato e per farlo dobbiamo contendergli il controllo del territorio. Ma solo non dubitando dei nostri valori e della nostra civiltà etico-politica potremo condurre questa guerra. Prima ce ne rendiamo conto e meglio è. Sempre che non sia già troppo tardi.

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