La polemica fra il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il Presidente del consiglio dei ministri italiano Matteo Renzi è il fatto politico che più ha tenuto banco negli ultimi giorni, scatenando osservatori e opinion maker nella formulazione di una ridda di ipotesi circa le reali ragioni di quello scontro. Certo, l’Unione europea non è esente da limiti, che di recente si sono peraltro moltiplicati, a causa dell’incapacità che essa sta palesemente dimostrando nell’affrontare questioni cruciali per il futuro dell’Europa, come l’emergenza rifugiati, la lotta al terrorismo, la definizione di una politica economica di sviluppo in grado di condurre il vecchio continente fuori dalle secche della perdurante crisi economico-finanziaria. E Renzi non si è mai mostrato particolarmente benevolo nei confronti dell’UE, fin dai suoi esordi alla guida del governo e dalla sua prima campagna elettorale come leader di partito e premier, che fu appunto quella per l’elezione del Parlamento europeo. Ma quanto accaduto in questi giorni è molto singolare, perché i toni raggiunti dalla polemica fra Commissione europea e Governo italiano non trovano pari né nella recente storia politica del nostro paese, né nei trascorsi con gli esecutivi degli altri paesi membri dell’Unione.

Il punto è che, al di là di quanto negli ultimi due anni ha concretamente prodotto l’azione del governo Renzi e di quanto è stato soltanto annunciato, senza trovare ancora realizzazione, l’attacco di Juncker non può ritenersi un gesto isolato, ma deve viceversa inquadrarsi come un’iniziativa che trova sostegno in diverse cancellerie e sedi di governo europee. E sebbene il Pd e il Governo italiano abbiano in vario modo cercato di nobilitare il confronto con la Commissione europea, sostenendo che il confronto riguarda l’intransigenza del nostro paese nel sostenere la necessità di un cambiamento di rotta da parte dell’UE, senza il quale non sarebbe possibile rilanciare l’idea di un’Europa unita, c’è qualcosa che non quadra.

In termini di merito, diverse sono le questioni ancora aperte fra Italia e Unione europea. Questioni che non hanno ancora trovato una concreta soluzione di governo, o che vedono il governo italiano su posizioni antitetiche a quelle dell’Unione, e che sono all’origine dell’irritazione delle istituzioni comunitarie. Si va da un uso eccessivo della flessibilità nella gestione del bilancio dello stato, a fronte di una ripresa che è ancora di là da venire e di una spending review che, più volte annunciata e mai realizzata (forse, oggi, addirittura, tornata mestamente nel cassetto!), alla straordinaria generosità del sistema delle garanzie pubbliche offerte per l’acquisto dei crediti in sofferenza delle banche italiane, con i casi di Banca Etruria, Banca Marche e altri istituti bancari già in passato prossimi al crash, che in sede europea è visto con sospetto e assimilato a veri e propri aiuti di stato (talvolta, neppure troppo disinteressati). Così come le scelte per il finanziamento della ristrutturazione dell’ILVA, sulle quali è in corso un’indagine dell’Antitrust europea. E, ancora, la mancata apertura degli hot spot per la registrazione degli immigrati che sbarcano sul suolo italiano, fino alla contrarietà verso la decisione di versare quota parte dei tre miliardi di aiuti per i profughi siriani e iracheni in Turchia, al fine di rallentarne il flusso di ingresso nei paesi membri dell’Unione.

In termini politici, inoltre, ciò che gli altri stati europei non riescono più a tollerare è la propensione del giovane premier italiano a strumentalizzare a fini di consenso interno ogni argomento riguardi l’Unione europea e le sue istituzioni. Un lusso che ai capi di governo e di stato degli altri paesi leader dell’UE non è assolutamente permesso, malgrado – chi più, chi meno – abbiano tutti a che fare con forze politiche di ispirazione populista ed euroscettica che quotidianamente mettono in discussione le politiche comunitarie e l’esistenza  stessa dell’Europa unita.

Non va peraltro dimenticato che il tanto vituperato Juncker, nel suo primo anno di mandato come Presidente della Commissione europea, ha spesso assunto posizioni più vicine alle istanze avanzate dal governo italiano e a Renzi di quanto non lo fossero al suo “azionista di maggioranza”, nonché primo sponsor della sua elezione, la Cancelliere tedesca Angela Merkel. Una vicinanza che il nostro premier non ha certamente ripagato con giudizi generosi nei confronti della Commissione e del suo Presidente, verso i quali Palazzo Chigi ha in più occasioni espresso critiche e valutazioni negative.

Forse, almeno per Juncker e per alcuni stati membri che nella sua polemica di questi giorni non faticano a riconoscersi, la misura è colma. Renzi sta tirando eccessivamente la corda con l’Europa, e l’Europa questa volta non gliele ha certo mandate a dire. Ma al di là del merito delle questioni che in questo momento vedono Italia e UE su fronti contrapposti, e al di là della spregiudicatezza utilizzata dal premier italiano nel mantenere strumentalmente alta una polemica verso l’Europa per motivi elettoralistici e di consenso, sta di fatto che lo scambio di accuse fra Renzi e Juncker mette chiaramente in luce una falla nella politica estera e comunitaria italiana. Lasciando delineare i termini di un conflitto politico e istituzionale senza precedenti per il Governo italiano, anche rispetto alle difficoltà che in sede comunitaria incontrarono in più occasioni Berlusconi e alcuni dei suoi ministri più rappresentativi (come fu il caso di Tremonti). Un conflitto che rischia di intaccare la credibilità del nostro governo in sede internazionale.

Oggi il fronte di iniziativa del governo Renzi si dispiega per lo più su questioni interne. Dalla ricerca di una crescita che fatica ad affacciarsi, malgrado i primi riscontri positivi nel campo dell’occupazione prodotti dal Jobs Act, alla difficile partita istituzionale sulla riforma del Senato, attesa per l’autunno al vaglio del referendum istituzionale; dall’attuazione della riforma della Pubblica amministrazione, sulla quale si torna con l’idea di un provvedimento per il licenziamento in tronco dei dipendenti “fannulloni”, all’implementazione efficace della riforma della scuola, fino al complicato percorso legislativo che sta contraddistinguendo la legge sulle unioni civili. Troppo impegnativo ed esteso il fronte interno, da lasciare risorse sufficienti verso la ricerca di un ruolo guida nel contesto internazionale, che certamente le recenti vicende libiche e del Medio oriente, congiuntamente ai difficili rapporti in sede europea, renderebbero necessario anche se difficile da conquistare.

Ciò che emerge è dunque un’insufficienza del Governo italiano ad avere un dialogo continuo e un’influenza reale sulle sedi istituzionali comunitarie. Come del resto è trapelato nella giornata di ieri, quando fonti vicine al Presidente della Commissione europea hanno lasciato intendere come a Bruxelles si lamenti l’assenza di un interlocutore a Roma sui “dossier più delicati“, laddove viceversa i governi degli altri principali paesi membri questa interlocuzione ce l’hanno pressoché quotidianamente.

Questo grave deficit mostrato sul piano internazionale dal nostro esecutivo deve attribuirsi soprattutto a un fatto: la propensione del nostro Presidente del Consiglio a gestire le questioni politiche in via diretta e  personale, disintermediando le relazioni con i diversi soggetti politici e sociali ad eccezione del cittadino/elettore, al quale si rivolge come interlocutore pressoché unico, secondo la classica formula della campagna elettorale permanente, cioè prevalentemente a fini di consenso. Solo che in ambito domestico, anche a causa dell’inadeguatezza degli avversari politici e delle parti sociali, così come del proprio partito e dei partner di coalizione, questa strategia ha potuto concretizzarsi senza incontrare ostacoli, o addirittura conferendo all’azione di governo un’efficacia apparentemente senza precedenti. Mentre, viceversa, in ambito internazionale, dove le istituzioni continuano ad esistere e contare, soprattuto quando sono espressione di altri stati nazionali, alcuni dei quali anche con consolidate tradizioni di politica estera, non riesce a trovare condizioni favorevoli per attecchire. Del resto, in ambito internazionale e comunitario, ciò che conta sono i rapporti con gli altri soggetti istituzionali, politici e sociali, mentre il rapporto con i cittadini non esercita di fatto alcuna influenza. E su questo terreno il governo Renzi deve probabilmente trovare ancora il modo migliore per misurarsi, che non è certamente quello della comunicazione e dell’appello diretto ai cittadini.

Tag: , , ,