Le mie considerazioni sull’aggressione a Silvio Berlusconi. Vorrei evitare di infilarmi nel tunnel delle accuse su “mandanti morali” e “cattivi maestri”. Non credo che dare la caccia a chi ha cominciato per primo (siano essi Di Pietro, lo stesso premier autolesionista o chi per loro), strologare su complotti, o anche soltanto ripetere come un mantra che bisogna abbassare i toni siano gli unici modi per guardare ciò che è successo. Ciò che impedisce una convivenza civile è il clima di ostilità ideologica sempre più pesante: il trionfo dell’homo homini lupus di Hobbes trascinato fino alle conseguenze più estreme, cioè alla violenza verbale e fisica come modo “normale” di trattarsi. Non c’è bisogno di elencare quanto la vita di tutti i giorni sia permeata di questo clima, evidente nei tentativi di prevaricazione, di strumentalizzazione dell’altro. Siamo immersi in una confusione generale, che immediatamente si trasforma in un’incertezza ultima riguardo a ciò che è davvero il bene per sé e per la società, su che cosa significano veramente giustizia e bene comune. Non c’è chiarezza, tantomeno condivisione.

La Chiesa, vituperata anche in questo blog da taluni frequentatori, chiama questa condizione “peccato originale”. E’ una lettura realistica della condizione umana: l’uomo da solo non è in grado di uscire da questo caos. Può migliorarsi e progredire, può perfezionare le condizioni di vita e imparare cose sempre nuove, ma può anche distruggere tutto. Dal male l’uomo non si libera da solo ma con l’intervento di un fattore esterno, misterioso, che dà significato alla vita di ciascuno e quindi fonda la possibilità di rispetto, dialogo, vita democratica. Senza riconoscere che la propria vita implica l’esistenza dell’altro, chiunque sia, non c’è alternativa alla confusione e alla violenza. Il Natale ricorda esattamente questo.