Non capisco perché in Italia bisogna sempre andare a caccia di un colpevole. Le questioni andrebbero studiate, capite e affrontate guardando avanti, cioè alle possibilità di soluzione; mentre da noi si guarda indietro. La domanda non è “cosa possiamo fare, come possiamo migliorare?”, ma “di chi è la colpa dello sfascio?”. Il mestiere del giudice è diventato lo sport nazionale.

Prendo l’ultimo post, quello sul nucleare: un problema da guardare “laicamente”, dati alla mano, in prospettiva. O il tema, tragico, dei suicidi. Ce ne furono in Tangentopoli, ce ne sono purtroppo in questi mesi di crisi. Quando scoppiò lo scandalo Parmalat, un funzionario di Collecchio si buttò da un ponte. Oggi in Francia non si contano i dipendenti di France Telecom che si sono tolti la vita. A questi drammi bisogna guardare con rispetto, perché nessuno è in grado di giudicare, invece si prende spunto dalle tragedie personali per attaccare questo o quello o attribuire colpe o dipingere apocalittici quadri generali.

Non tutto quello che accade può essere affrontato col codice penale in mano. Invece viviamo una stagione in cui si dice: hai un problema? Fa’ una denuncia. Va’ dall’avvocato. Dàje, menaje. A me non piace il clima disfattista. C’è chi usa i numeri della crisi per dire: avete visto dove ci ha precipitato il governo ladro? Non ne faccio una questione di schieramenti: vale per tutti i governi che si lamentano della “situazione che abbiamo trovato” e vanno avanti così. C’è chi gioisce se le cose in Italia vanno male (e non è vero) perché è un altro buon argomento contro chi governa.

Manca una parola nell’Italia di oggi, ed è la parola fiducia. Non c’è fiducia perché non ci si fida. E se non ci si fida, non si può guardare al futuro con positività. Gli imprenditori sono positivi per definizione, nessuno parte dal presupposto che la sua attività non renderà. Ma senza fiducia c’è meno imprenditoria: pensiamo alle difficoltà di trasferire ai giovani la guida delle aziende. Le famiglie fanno meno figli. I rari genitori consigliano alla prole di non infilarsi in avventure troppo rischiose, meglio curare il proprio orticello: ecco i bamboccioni o l’assistenzialismo.

Nessuno (o pochi) comunica gli ideali e le convinzioni che sono in grado di sostenere il peso e le fatiche della vita, e che sono anche il bello della vita. Non c’è fiducia perché manca un’educazione di popolo che aiuti le nuove generazioni a concepire sé e il mondo come un bene. Si è disposti a impegnarsi per cambiare le cose soltanto se si è convinti che le cose possono cambiare, che la realtà contiene un positivo. Altrimenti non resta la rassegnazione che è tutt’uno col lamento. E la caccia al colpevole. Che tristezza.