fotoufficiale.jpgSul Giornale di oggi (questo il link) racconto il giorno nero della sinistra, partita all’assalto del Quirinale (nonostante gli inutili distinguo di qualche seconda fila) e di Berlusconi e messa nell’angolo dallo stesso Napolitano. Ripercorriamo i fatti.

Il Pdl presenta in Lombardia e Lazio liste con irregolarità. In Lombardia è una questione formale, timbri e date. Le irregolarità vengono rilevate da un organo giudiziario su denuncia della lista Bonino. L’errore c’è, getta – giustamente – nel ridicolo il primo partito italiano, ma la conseguenza di un’irregolarità così marginale (cioè l’esclusione di Pdl e Lega dalle elezioni in Lombardia) è del tutto sproporzionata. In Lazio l’errore è diverso: il presentatore della lista è giunto fuori tempo massimo. Anche in questo caso il partito di Berlusconi si copre di ridicolo (soprattutto perché, a differenza che in Lombardia, all’origine del disguido sta la lotta interna tra le due anime del Pdl); anche qui, tuttavia, la conseguenza è assolutamente fuori misura. Diverso sarebbe stato se fossero state riscontrate irregolarità gravi, come – per ipotesi – firme false.

In assenza di interventi istituzionali, in Lombardia né Pdl né Lega avrebbero avuto rappresentanti in consiglio regionale, pur avendo la maggioranza dei voti; e nel Lazio sarebbero rimasti privi di rappresentanza gli elettori Pdl della provincia di Roma. Si può dire che gli organi eletti in tale contesto sarebbero stati rappresentativi? potevano essere ancora chiamati “democratici”, se la maggioranza degli elettori non avesse potuto esprimere liberamente il proprio voto? Chi oggi – irresponsabilmente e vergognosamente – si riempie la bocca di parole come golpe, attentato alla Costituzione, eccetera, potrebbe ragionevolmente dire che sarebbero stati rispettosi della Costituzione cinque anni di governo regionale in quelle condizioni?

Il governo è intervenuto. Berlusconi è salito a Canossa al Quirinale, incassando un no sulla proposta originale (un decreto che modificasse i termini di raccolta delle firme). E’ stato costretto a ripiegare su un decreto interpretativo (cioè con direttive per i Tar e senza modifiche delle norme in vigore) che Napolitano ha firmato appena gli è stato sottoposto. La sostanza della democrazia (cioè la possibilità di esprimere liberamente il voto) è salva, la figuraccia del centrodestra rimane e gli elettori schifati potranno liberamente manifestare il loro dissenso fra tre settimane votando l’opposizione. Lunedì 29 tireremo le somme e vedremo quanti italiani avranno voltato le spalle a Berlusconi per questa storia delle liste.

La sinistra poteva impostare la campagna elettorale sull’incapacità del centrodestra: avrebbe avuto nuovi elementi freschi da aggiungere al materiale stantio. Invece ha preferito scatenare una protesta di piazza evocando Pinochet, Mussolini, l’impeachment e quant’altro. Il Pd si è accodato a Di Pietro, e non si capisce perché ora un elettore democratico debba votare Bersani se la linea gliela detta l’Italia dei valori: sempre meglio l’originale della copia. Per polemizzare contro Berlusconi si sono scagliati anche contro Napolitano, tentando maldestramente di distinguere il ruolo politico del governo da quello istituzionale del presidente. Tentativo condiviso anche da Gianfranco Fini, il quale definendo il decreto legge “male minore” ha dato l’idea di un Quirinale piegato al premier, mentre era vero l’esatto opposto.

La nota di Giorgio Napolitano (che potete leggere qui) invece non lascia dubbi: il Colle condivide il decreto non solo nella sostanza (“garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici”) ma anche nella forma (“il testo non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità“) e tira le orecchie anche all’opposizione (“né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura“).

Nonostante gli errori nella presentazione delle liste, il governo ha fatto la cosa giusta: lo dice il Quirinale, mica il sottoscritto. Scagliarsi contro il decreto significa scagliarsi contro Napolitano. Così la sinistra si è bruciata in poche ore un ottimo argomento di campagna elettorale e ha regalato a Berlusconi l’appoggio del Colle. Un calcio di rigore a porta vuota è diventato un autogol. Avanti così.