silvio.jpgMi sono preso un paio d’ore abbondanti per guardare su Sky gli interventi di ieri di Berlusconi e Fini e lo scontro tra i due. Lo scambio di idee è sempre il benvenuto, sempre che ci siano le idee. Faccio fatica a individuare quelle di Fini. Nel suo lungo intervento ha posto questioni di metodo (i rapporti con la Lega, l’elaborazione delle riforme, la formazione della linea politica del partito), ma non ho saputo quali sono le priorità di Fini nel rapporto con la Lega, quali riforme introdurrebbe, quali pronunciamenti vorrebbe sentire dal Pdl.

Giusto parlare di riforme condivise, ma quali? Giusto rivendicare la linea del Pdl contro quella della Lega, ma Fini che cosa propone? Rivendicare un legittimo diritto alla discussione senza porre contenuti mi sembra teso a un unico scopo: alimentare la guerriglia interna. Soprattutto se l’unico affondo sui contenuti delle riforme ha riguardato la giustizia, che suona come un avvertimento. L’impressione finale è quella di un discorso irritante e ingeneroso, scritto sulla carta vetrata.

Fini si è lamentato che il Pdl al Nord è fotocopia della Lega. Dice che anche nel Pdl prendono piede tesi leghiste, ad esempio sul reclutamento degli insegnanti. Ebbene, in Veneto l’assessore uscente (e riconfermato da Zaia) dell’istruzione, Elena Donazzan, è un’ex militante del Fronte della gioventù, giovane, preparata e apprezzata. Da anni propone (opportunamente) al ministero di fare graduatorie regionali per i precari. L’ha ripetuto ieri, in un’intervista: «La mia idea è quella di una scuola federalista, con dinamiche strettamente legate al territorio. Chi vince una cattedra deve stare nel territorio di permanenza per almeno cinque anni» per evitare che appena vinto il concorso chieda il riavvicinamento a casa impedendo di fare «affidamento sulla continuità didattica e sul riferimento con l’insegnante». Di più: la Donazzan (come Formigoni in Lombardia) vorrebbe che il dirigente scolastico possa scegliere i docenti migliori. E’ la posizione della Lega? Certo, e con questo? Personalmente la considero una politica scolastica sacrosanta: introdurre finalmente il merito, la qualità, la possibilità di scelta tra proposte educative e culturali. Tutti invocano il dibattito delle idee (salvo dire che se si discute ci si divide, come ieri), ma nella scuola deve vigere il pensiero unico, la scuola di stato unica, l’orario unico, il programma unico. Viva i politici pragmatici che affrontano le questioni reali, abbasso quelli come Fini che prendono casi isolati (i quattro bambini respinti un giorno dalla mensa) trasformandoli in scandali planetari.

Sempre in Veneto, il coordinatore Pdl è Alberto Giorgetti, anch’egli ex militante del Fronte della gioventù, sottosegretario all’Economia stimato e competente. Il candidato Pdl più votato alle regionali, il veronese Davide Bendinelli sostenuto da Aldo Brancher, ha preso il doppio delle preferenze del recordman leghista Marino Finozzi (34.602 contro 16.298). E’ una prova che il Pdl funziona. Nella nuova giunta Zaia, le famose quote 70-30 tra ex Forza Italia ed ex An archiviate ieri da Fini (che le ha fatte diventare 94-6) sono già state largamente superate: dei 12 assessori, sei sono Lega e sei Pdl; di questi, tre sono ex Forza Italia e tre ex An. Cioè 50-50. Dei nuovi governatori regionali, due sono Lega (Cota e Zaia), due ex Forza Italia (Formigoni e Caldoro) e due ex An (Polverini e Scopelliti). Gli elettori del centrodestra si sono dimostrati più equilibrati, compatti e sereni di quanto li consideri Fini.

Il dibattito di ieri ha una componente mediatica e una politica. Sotto il primo aspetto, Fini ha approfittato della ribalta offerta da Sky e internet per rendere palese il totale dissenso con Berlusconi, demolendo il presunto “partito di plastica” e inscenando lo spettacolo di un partito diviso e di due leader in contrasto. Il dato politico è molteplice: nel Pdl si rafforza la leadership di Berlusconi (se è diviso un partito dove la minoranza raccoglie il 6 per cento, cosa si deve pensare del Pd dove sono 52-48?), nasce una minoranza interna ma nell’elettorato cresce lo sconcerto, come ha denunciato dal palco Mario Mauro raccontando di centinaia di sms inviati “dal nostro popolo sgomento”. Valeva davvero la pena esasperare così la situazione per ufficializzare uno striminzito 6 per cento? Attendo le considerazioni dei lettori del Giornale.