Qualche giorno fa il gip di Roma Aldo Morgigni ha respinto le richieste di scarcerazione (anche soltanto per ottenere gli arresti domiciliari) per l’ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle, Stefano Mazzitelli, e l’ex manager Massimo Comito. Essi sono in carcere da quasi tre mesi perché coinvolti nell’inchiesta su un presunto maxi riciclaggio. L’inchiesta ha portato all’arresto di 56 persone, tra cui l’ex senatore pdl Nicola Di Girolamo e il fondatore di Fastweb Silvio Scaglia. Quest’ultimo è da pochi giorni ai domiciliari (dopo che i familiari avevano chiesto l’interessamento del presidente Napolitano): il giudice gli ha vietato perfino di uscire sul balcone di casa.

La custodia cautelare in carcere è consentita dalla legge in tre casi: se c’è il rischio di fuga, il pericolo di inquinamento delle prove, la possibilità di ripetere il reato. Nel suo provvedimento, il gip invece ha spiegato che dai recenti interrogatori di Mazzitelli e Comito non sono emersi elementi utili per giustificare una modifica della misura cautelare. Ormai per ottenere la scarcerazione occorre un quarto requisito non scritto ma largamente applicato fin dagli anni di Tangentopoli: vuotare il sacco, ammesso e non concesso che il sacco contenga qualcosa.

Mi unisco ai tanti che protestano contro questa ingiusta detenzione. E ricordo che i magistrati sono la categoria (per non chiamarla “casta”) che più ha protestato contro i sacrifici economici chiesti dal governo.