L’altro giorno, all’inaugurazione di un impianto di cogenerazione a risparmio energetico della Coca Cola Italia, ho conosciuto il professor Vincenzo Perrone, ordinario di organizzazione aziendale alla Bocconi. Era stato invitato a parlare dopo questo editoriale scritto per la rivista E&M della Sda Bocconi intitolato “Ora e sempre resilienza!“. La resilienza è una grandezza fisica che misura la capacità di resistere alle forze di rottura ma viene utilizzata anche in psicologia (e ora perfino in economia) per esprimere la capacità di non cedere e nello stesso tempo reagire alle avversità. Perché, si domandava Perrone, nelle crisi qualcuno reagisce positivamente mentre altri non ce la fanno? Questa domanda è stata lo spunto per un’indagine scientifica i cui risultati dettagliati possono essere letti nell’articolo linkato, e che si possono sintetizzare come segue.

Si superano meglio le crisi se non si è soli ma si hanno legami, sostegni di familiari, amici, rapporti sociali. L’isolamento e la solitudine indeboliscono, il “capitale sociale” rafforza. Bisogna crescere restando capaci di progredire: questa osservazione riguarda certi imprenditori che a un certo punto si fermano, vivono di rendita, convinti di aver raggiunto il massimo. Reagiscono meglio quanti sono appassionati alle cose che fanno, mantengono curiosità, entusiasmo, “sense of humour”, voglia di studiare e imparare; soprattutto, guardano avanti cercando la soluzione dei problemi senza attardarsi a cercare cause e attribuire colpe: sguardo rivolto al futuro e non al passato. Questo, ha osservato Perrone, lo si capisce immediatamente guardando a come popoli diversi (italiano, haitiano, cileno) hanno reagito negli ultimi mesi ad analoghe catastrofi sismiche. Infine, reagisce meglio chi fa regolare esercizio fisico e ha una fede religiosa.

Passioni, relazioni, esercizio, fede: questo potrebbe essere il succo del discorso. Una ricerca americana condotta su un campione di manager Usa mostra che gli “ottimisti” (chiamiamoli così per brevità) hanno soltanto il 20 per cento di probabilità di sviluppare gravi malattie, mentre in coloro che non hanno un senso di “auto-efficacia” (propendono cioè a credere di non potercela fare e aspettano che altri risolvano i loro problemi) questa probabilità sale all’85 per cento.

Mentre parlava del “pensiero positivo”, Perrone ha citato Berlusconi come esempio. E’ stato un accenno fugace nell’arco del discorso e il tono non era quello della sviolinata. Tuttavia l’osservazione merita un approfondimento. Una volta erano le ideologie a dividere, oggi è il modo di guardare le cose. C’è chi cammina guardando avanti e chi con la testa rivolta al passato. C’è chi è preoccupato di trovare colpevoli e chi di risolvere i problemi. C’è gente per cui la crisi è una condanna e altri per cui è un’opportunità. Al crollo delle Borse, certi risparmiatori sono rimasti fedeli ai titoli su cui avevano investito sperando in un recupero e altri che hanno preso atto delle perdite dirottando i risparmi residui su opportunità più promettenti. Partiti che hanno proposto facce e programmi nuovi e altri che si sono limitati al cambio di nome.

“Ottimisti” e “pessimisti” appartengono a entrambi gli schieramenti politici che si fronteggiano oggi in Italia; tuttavia le vecchie distinzioni tra conservatori (la destra) e progressisti (la sinistra) rimangono. Ma a parti invertite. Credo che gli inviti di Berlusconi all’ottimismo facessero appello alle grandi capacità di “resilienza” degli italiani, che ci consentono di attraversare la crisi meglio di altri Paesi. Credo anche che la sinistra, sempre più il partito della “conservazione”, farebbe il proprio interesse se avviasse una riflessione su questo, e desse un contributo – non a Berlusconi ma al Paese – in questa fase difficile. Preoccuparsi unicamente di trovare colpevoli non è la strada migliore per recuperare consenso, e nemmeno per mantenere quello che si ha.