C’è un filo che lega tanti episodi che avvengono nel nostro Paese, fatti di cronaca come di politica: è l’incapacità di considerare ciò che accade con uno sguardo pienamente umano. Ne ho già accennato in post precedenti, vorrei qui approfondire partendo (come esempio) da un caso che mi capitò qualche anno fa, ai primordi della crisi. A Padova un professionista sui 55 anni, travolto da un rovescio finanziario, uccise la figlia in un momento di follia. Una ragazza bella, studentessa universitaria modello, con la passione del canto, dedita al volontariato, circondata da amici: la figlia che ogni genitore vorrebbe avere. Il padre stesso (che tentò il suicidio ma fu salvato dalla moglie che lo trattenne al telefonino per il tempo necessario a localizzarlo) mai aveva dato segnali di squilibrio.

“Vai sul posto e scopri i motivi del gesto”, mi dissero al Giornale; cosa che feci (l’articolo è qui). A un certo punto mi balenò una domanda: può esistere un motivo che spieghi l’uccisione di una figlia? La crisi, la disperazione, la prospettiva della povertà, la vergogna, possono mai esaurire un gesto simile? Evidentemente no. In esso è presente un fattore inspiegabile, impenetrabile, che eccede la “ricostruzione dei fatti” ed è irriducibile agli approfondimenti successivi: si può scavare finché si vuole nel passato di una famiglia, ma un delitto simile (e in fondo, ogni delitto) si spalanca sul drammatico abisso del male. Scrissi dunque quell’articolo introducendo questo elemento misterioso ma non per questo meno presente. Mi sembrava un modo più rispettoso delle persone e dei fatti: uno sguardo di pietà verso questo pover’uomo e la sua dolorosissima vicenda. Badate che avere pietà non significa abdicare all’esigenza di giustizia o scaricare responsabilità. Pensavo a mia figlia, sgomento; ma dovevo riconoscere che non potevo impancarmi a giudice di quell’uomo, perché nulla è in grado di rispondere alla profondità della disperazione. E come ha ricordato don Julián Carrón a proposito dello scandalo pedofilia nella Chiesa (citando uno dei grandi educatori del nostro tempo, don Luigi Giussani), “senza la prospettiva di un oltre, di una risposta che sta al di là delle modalità esistenziali sperimentabili, la giustizia è impossibile”. Per questo il Papa, nel fare giustizia degli errori dei preti pedofili, ha chiesto di pregare per le vittime ma anche per i colpevoli, perché nulla può cancellare il male sopportato e nessuna condanna può riparare i danni compiuti.

Succedono gli orrendi eventi di Avetrana, e il Paese si divide in innocentisti e colpevolisti, come se quello schierarsi potesse chiudere il caso. In metropolitana a Roma una donna muore per un pugno, in periferia a Milano un tassista agonizza per una lite inspiegabile: parte la caccia all’uomo, scatta la corsa all’indignazione, brucia la febbre morbosa della curiosità, trionfano alternativamente sdegno moralismo e smarrimento, mentre rimane inespressa la domanda di significato, la prima scintilla divina che cova nel fondo del cuore di ognuno. Sopravvive un minimo di umanità in uno zio così o in sua figlia? Qual è il destino di Sarah e dei suoi familiari, e ultimamente di tutti noi? Decenni fa intellettuali come Testori e Pasolini si misuravano con questi interrogativi: oggi chi rischia di dire qualcosa che non sia la facile espressione di orrore, moralismo, rabbia, vendetta?

In politica vige lo stesso schema: innocentisti e colpevolisti, sempre e a prescindere. Persino tra i cattolici, che meglio di altri dovrebbero avere presente il monito “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, c’è chi prova imbarazzo e disagio nell’invitare il libertino Berlusconi a una conferenza sulla famiglia. Si può essere o no d’accordo con lo stile di vita privato del premier, nel mio piccolo ho un modello diverso (ricordo comunque che molti racconti riguardanti il Cavaliere sono privi di riscontro e tantomeno configurano reati, come ha certificato un magistrato certamente privo di simpatie destrorse come il procuratore di Milano Bruti Liberati). Mi ripugna però il moralismo oggi dominante, la spocchia di chi si sente superiore agli altri, e in base a una supremazia morale indimostrata e indimostrabile dispensa lezioni di correttezza. Siamo tutti dei poveracci, e senza la presenza di un Oltre saremmo condannati a restare vittime del nostro male.

E’ sbagliato erigere la coerenza a parametro di giudizio universale. Ai politici non chiedo di non sgarrare mai, ma di lavorare per il bene del Paese; come a Cassano non chiedo di essere un “bravo ragazzo” ma di saper esprimere sul campo di gioco tutto il talento che possiede. Abbiamo visto ai mondiali che fine fa il moralismo applicato al calcio: la politica non fa eccezione.