Nei giorni scorsi il Censis del professor Giuseppe De Rita ha diffuso la sua “fotografia” annuale del Paese. Da questo 44° Rapporto sulla situazione sociale esce un’Italia “appiattita” che “stenta a ripartire”, “un inconscio collettivo senza più legge né desiderio”: è uno dei passaggi della sintesi. Sostiene De Rita: abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, ma ora sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe vigore adeguato alla sfida.

Si è perduto “il dispositivo di fondo che disciplini comportamenti e valori” e si afferma “una diffusa e inquietante sregolazione pulsionale” che si documenta “negli episodi di violenza familiare, nel bullismo, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore, nel ricambio febbrile di oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte”. Ma il passaggio che più mi ha incuriosito è quello che registra un “declino parallelo” della legge e del desiderio. Siccome, aggiunge il Censis, “non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla legge, la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita è quella di tornare a desiderare”.

Ma che cos’è questo desiderio capace di vincere l’appiattimento e la delusione? In prima battuta si può intendere come l’origine di un’azione, la spinta al rinnovamento, la volontà e la capacità di trasformare un fatto negativo come la crisi in un’opportunità positiva di rilancio. Ne ho già parlato sul blog a proposito della “resilienza”.

Una quindicina di giorni fa all’assemblea nazionale della Compagnia delle Opere, Juliàn Carròn ha messo proprio la parola “desiderio” al centro della sua relazione. Egli lo intende come “esigenza di compimento che ci troviamo addosso”. “Proprio questo desiderio è all’origine delle vostre opere – ha detto ai presenti -. Allora, per conservare la forza dell’origine occorre non perdere la potenza del desiderio da cui sono scaturite”. Perché anche questo desiderio può essere svuotato, ridotto, reso incapace di sostenere una responsabilità e un impegno nel reale.

Mi piacerebbe sapere se condividete questa fotografia. Ma soprattutto da che cosa si può ripartire. Ogni genitore sa che non basta dire a un figlio “studia!” perché quello si metta in riga. E dunque non basta suggerire agli italiani “desiderate!” per rimetterne in moto la dinamica. Che cosa dunque tiene desto il desiderio?