Avendola auspicata in tempi non sospetti (con un post sul blog del 16 novembre scorso), ho letto con soddisfazione la proposta di “piano bipartisan per la crescita” lanciata stamattina da Berlusconi con una lettera al Corriere della Sera. E’ un’iniziativa importante, una “pazza idea” che se realizzata rappresenterebbe una svolta storica.

Berlusconi abbandona ogni tono da campagna elettorale. Riconosce il peso del debito pubblico accumulatosi negli ultimi 40 anni. Respinge con chiarezza, e con precisione di argomenti, le proposte di una imposta patrimoniale che aleggiano da settimane confermando che il Pdl non sarà mai il “partito delle tasse”. Denuncia l’aggressività del sistema politico senza però farsene scudo (come successo in passato) per alimentare ipotesi di complotto ai suoi danni. Cita la Germania come modello di intervento economico e politico (come forse i lettori del blog ricorderanno, anch’io proposi la Merkel come esempio): un accordo con il principale partito di opposizione – che taglia le ali alle frange minoritarie – per rilanciare il Paese.

Non è un caso che Berlusconi intervenga poche ore dopo la strampalata uscita di D’Alema, che rispolvera per l’ennesima volta la grande ammucchiata cara a Prodi: nel 2006 partiva da Bertinotti per fermarsi a Mastella ma ora dovrebbe comprendere l’arco che va da Vendola e Di Pietro fino a Casini e Fini. Il contrordine dalemiano prevede una “santa alleanza” antiCav attraverso le elezioni anticipate, peraltro nel silenzio del Colle che finora ha sempre puntigliosamente rivendicato a sé la decisione di sciogliere le Camere.

L’ipotesi di Berlusconi è l’esatto opposto dell’inciucione. Primo. Essa riconosce Bersani (non D’Alema o altri), cioè il leader del Pd, come proprio interlocutore: Bersani è il ministro delle liberalizzazioni, un emiliano dotato di “una cultura pragmatica” nonostante si sia associato in modo “inappropriato” al “coro strillato dei moralisti un tanto al chilo”. Secondo. Berlusconi propone di “agire insieme in Parlamento“, dunque alla luce del sole, nella sede istituzionale appropriata, e non nei corridoi dei partiti in cui da mesi si ordiscono trame di ribaltoni, esecutivi tecnici e governicchi tanto cari ai poteri “forti” ma privi di voti. Terzo. Il premier scrive di “forme da concordare“, da “discutere senza pregiudizi” purché si trovino strumenti adeguati a rilanciare l’economia all’insegna delle liberalizzazioni, dell’alleggerimento del peso dello stato, dell’incentivo a investire, della defiscalizzazione. Quarto. Si accantona ogni sogno di elezioni anticipate, prospettiva oggi sostenuta da settori finora sempre ostili (dallo stesso D’Alema a Casini, Fini, Di Pietro e parte dello stesso centrodestra, come testimonia il “Tutti a casa” di Libero di ieri). Quinto. La “pazza idea” del Cav arriva in un momento in cui varie parti chiedono tregua, coesione, sforzi comuni contro la crisi, e mettiamoci pure la vigilia dei 150 anni dell’unità d’Italia. Ci si lamenta perché si parla soltanto di Ruby e non delle emergenze del Paese: ecco che il primo a raccogliere la provocazione è proprio Berlusconi.

Nel momento della massima debolezza, Berlusconi lancia una sfida che richiede il massimo della forza e del coraggio. Per superare la palude del caso Ruby, il premier si assegna l’obiettivo più ambizioso. E’ una sfida a Bersani, una mano tesa che consoliderebbe il suo ruolo di capo dell’opposizione e gli consentirebbe di emergere dalle sabbie mobili in cui anche il Pd è impantanato. E’ una sfida al centrodestra, dove l’asse privilegiato è sempre stato quello con la Lega. Il Cav si gioca il tutto per tutto con una mossa ad alto rischio. Se la sfida viene accettata, il Paese ne guadagnerà, così come Berlusconi e Bersani. Se essa cadrà nel nulla, non resta che il voto anticipato. Ma almeno le responsabilità saranno chiare.