Calma, amici catastrofisti che esultate per l’altolà del presidente Napolitano al federalismo. E calma anche per quanti criticano l’intervento del Colle. La mossa del Quirinale è formalmente ineccepibile; per rendersene conto basta leggere il testo della legge che delega il governo a emanare i decreti sul federalismo (legge 5 marzo 2009 n. 42, consultabile qui). In sintesi: la legge prevede che l’esecutivo ottenga una serie di pareri (tutti consultivi, nessuno vincolante) di varie commissioni parlamentari, compresa la Bicamerale costituita ad hoc. Il voto di ieri non è un voto a favore, ma ciò non ferma l’iter del provvedimento. La legge stessa infatti prevede che il governo possa trasmettere il testo alle Camere e spiegare in aula i motivi di tale scelta (e quindi assumersi la responsabilità politica di insistere su un testo non approvato dalla Bicamerale). Trascorsi 30 giorni dal deposito del testo alle Camere, il decreto può essere adottato. Napolitano eccepisce proprio “l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari”. Bossi ha immediatamente chiarito che la settimana prossima lui e Calderoli si presenteranno alle Camere per adempiere a tali obblighi. Quindi il diniego del Colle non ferma il federalismo.

Fin qui le questioni procedurali. Ma non bisogna eludere le questioni politiche. Il governo, che poteva seguire l’iter ora illustrato, ha preferito forzare la mano e adottare immediatamente il decreto. Perché? Qui si apre il campo delle interpretazioni. A mio giudizio, la maggioranza voleva mandare un segnale di compattezza e volontà di proseguire con decisione verso la riforma federale, cosa buona e giusta. Ma lo ha fatto scegliendo un percorso rischioso già in partenza, dall’esito (come si è visto) tutt’altro che scontato. La forzatura nasce dal fatto che sul voto della Bicamerale era stata posta eccessiva enfasi, come si trattasse di un’ultima spiaggia. Ciò che evidentemente non era, ma lo è diventato per le aspettative create soprattutto dalla Lega. La quale doveva tacitare lo smacco di ieri (perché il 15-15 della Bicamerale di ieri non è certo una vittoria della maggioranza e nemmeno un pareggio).

Altre considerazioni riguardano la composizione della Bicamerale. Avevo già segnalato nel blog che il vero rischio per il governo introdotto dalla nascita di Fli non sta nelle votazioni in aula, dove la chiamata alle armi è massiccia e il controllo ferreo, quanto nelle commissioni. All’inizio della legislatura, esse vengono nominate con mille bilancini per garantire rappresentanze proporzionali tra maggioranza e opposizione, nelle presidenze e nelle composizioni. La scissione di Fli ha fatto saltare questi equilibri che non sono stati accompagnati da un rimpasto nelle commissioni che riflettesse i nuovi rapporti di forza. Nella Bicamerale la maggioranza ha 14 voti su 30, più il presidente La Loggia. Ed ecco che il testo sul federalismo, dopo essere stato vagliato dalle forze sociali e politiche, emendato più volte anche (forse soprattutto) per accogliere molte osservazioni della sinistra, ritardato nell’iter per la volontà del governo di ascoltare tutti, viene bocciato da forze politiche che fino al giorno prima avevano contribuito a migliorarlo. Il presidente della Camera, alfiere delle istituzioni, intende o no intervenire per riequilibrare la situazione?

Il federalismo non si è fermato. Ma la forzatura del Consiglio dei ministri, il temporaneo stop del Quirinale e il passaggio del decreto alle Camere in un clima surriscaldato di accresciuta ostilità complicheranno un percorso già disagevole di suo.