[photopress:foto_4_2.jpg,thumb,alignleft]In Cina i campi di concentramento e lavoro forzato esistono ancora. Si chiamano laogai (nella foto, prigionieri al lavoro nella Xiongwangtai Prison Farm, Hubei); in essi i detenuti, per la quasi totalità dissidenti politici, sono costretti a lavorare in condizioni sub-umane per produrre beni destinati all’esportazione. Una testimonianza drammatica è contenuta nel libro “Controrivoluzionario – I miei anni nei gulag cinesi” scritto da Harry Wu, uno dei pochissimi prigionieri che è riuscito a fuggire in Occidente dopo 20 anni di lager. Il suo libro fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1994 ma ha dovuto aspettare fino al 2008 per trovare una traduzione italiana (Edizioni San Paolo) nonostante che, quando uscì, la New York Times Book Rewiew l’abbia nominato “libro dell’anno” e il Los Angeles Times accostato ad “Arcipelago Gulag”.

In Occidente non se ne sa quasi nulla. E’ grazie a onlus internazionali come la Fondazione Laogai (www.laogai.org e www.laogai.it) che notizie su questa agghiacciante realtà varcano i confini cinesi. Ieri un convegno organizzato dalla Fondazione stessa e dalla Coldiretti ha fatto luce su un fenomeno insospettabile: cresce il commercio di prodotti alimentari che escono dai laogai e finiscono sulle nostre tavole. Sono circa un milione i detenuti in Cina costretti ai lavori forzati nell’agroalimentare in 259 imprese-lager su 1,4 milioni di ettari di terreni: valori di stima, perché – nell’epoca della trasparenza planetaria – il numero esatto dei laogai e dei prigionieri è un segreto di Stato. Nei lager cinesi si lavora 16-18 ore al giorno e si produce di tutto: dai giocattoli alle scarpe, dagli articoli per la casa ai generi agroalimentari. Essi invadono il mercato mondiale mascherati da imprese regolari.

In particolare, lo scorso anno in Italia sono aumentati del 40% gli sbarchi di concentrato di pomodoro dalla Cina, che superano in totale i 115 milioni di chili, pari al 15% della produzione italiana di pomodoro fresco destinato alla trasformazione. La gran parte proviene proprio dalle imprese e aziende agricole che nascondono i laogai. E’ una questione che riguarda, al tempo stesso, il rispetto dei diritti civili, la trasparenza commerciale e la sicurezza alimentare. “Noi non siamo sicuri che quello che viene importato sia legale sotto tutti i profili – ha detto Sergio Marini, presidente della Coldiretti -. Il controllo non può essere fatto prodotto per prodotto quindi è probabile che qualcosa sfugga. E’ un fenomeno di grande dumping sociale che si aggiunge al dumping sanitario e ambientale. Produrre agroalimentare senza pagare il lavoro e la mano d’opera significa essere competitivi in maniera scorretta”.

Dalla Cina sono arrivati anche 96,1 milioni di chili di ortaggi e legumi (+10%), 12,8 milioni di chili di frutta (+58%) e 4,5 milioni di chili di aglio (+50%). In un periodo di allarmismi sull’arrivo di presunto cibo radioattivo dal Giappone, è opportuno riflettere anche su altre contaminazioni che finiscono sulle nostre tavole e sulla vergogna che le ha prodotte.