Il costituzionalista Michele Ainis ha lasciato la Stampa per il Corriere della Sera con un editoriale (pubblicato ieri, titolo «La deriva pericolosa») in cui imputa questa deriva rissosa al «mancato ricambio delle classi dirigenti» politiche: salvo poi intonare il peana dell’ottantaseienne Giorgio Napolitano, «protagonista suo malgrado» per svelenire il clima. Esordio zoppicante per il professor Ainis. La Stampa comunque si consola con l’ingaggio del carissimo amico e collega Andrea Tornielli, mio compagno di banco al Giornale fino all’altro giorno, numero 1 dei vaticanisti italiani e scrittore prolifico (da Rizzoli è appena uscito il suo ultimo libro, «La fragile concordia», sui cattolici e il Risorgimento) al quale va un fraterno «in bocca al lupo».

Il protagonismo del presidente obbliga a riflettere nuovamente sul suo ruolo. L’altro giorno (questo il link) ho ricostruito il clima di rissa continua che ammorba questa fase della lotta politica, sottolineando un punto: l’interventismo di Napolitano, innegabile e probabilmente al limite delle sue prerogative costituzionali, è sempre interpretato a senso unico. Cioè contro Berlusconi, laddove dal Colle arrivano moniti a 360 gradi. Ricevendo i capigruppo della Camera, il capo dello stato ha soprattutto invitato la sinistra a evitare di incendiare le piazze e smetterla di lisciare il pelo ai lanciatori di insulti e monetine, arrivati davanti a Montecitorio. La Bindi che rivendica «la saldatura tra la piazza e la battaglia parlamentare», Bersani che s’arrampica sulle transenne col megafono, la manifestazione Pd del 16 aprile, la costante presenza di «viola», grillini e autonomi ovunque appaia in pubblico Berlusconi o un ministro: lo spettacolo è avvilente, soprattutto perché ormai sono questi gli unici strumenti di lotta politica usati dall’opposizione.

Dall’altro versante, è evidente la difficoltà della maggioranza. Alle incertezze sull’emergenza immigrazione si aggiungono gli scatti di nervi dei ministri (più che il «vaffa» di La Russa, mi ha sorpreso la tensione manifestata da Alfano) che danneggiano l’iter delle leggi sulla giustizia, oltre alle fronde interne al Pdl che proliferano incontrastate. D’altra parte i tre coordinatori del partito appaiono in altre faccende affaccendati: Bondi si lecca le ferite dopo le dimissioni dai Beni culturali, di La Russa si è detto mentre Verdini è a caccia di «responsabili» per puntellare il governo. La Lega appare concentrata sulla campagna elettorale delle amministrative: gli sbarchi di Lampedusa erano prevedibilissimi, ma poco si è fatto al Viminale per evitare il caos. Giusto distinguere tra clandestini e richiedenti asilo, ma fino al riconoscimento e all’eventuale rimpatrio le migliaia di stranieri vanno comunque ospitati, nutriti, curati. E poco serve prendersela con l’Europa (qualsiasi tipo di aiuto all’Italia verrebbe inteso in Nordafrica come un invito a moltiplicare gli sbarchi) o lamentarsi perché capitano tutte a Silvio. Le emergenze si devono affrontare. Lunedì Berlusconi va a Tunisi. Benissimo: così capiremo anche perché tanti tunisini fuggono da un paese in ripresa economica e felice per la cacciata di un dittatore. Magari Maroni avesse attraversato il Mediterraneo un paio di mesi fa.

In questa situazione confusa, Napolitano si fa forte del consenso raccolto grazie ai 150 anni dell’unità e veste i panni del padre della patria. Un’operazione criticabile, ma credo che anche molti elettori di Berlusconi siano convinti che “non si può andare avanti così”.