Domenica ero in piazza San Pietro alla beatificazione di Giovanni Paolo II, anch’io con i miei debiti di riconoscenza. Uno tra tutti gli altri, ho messo piede nel mondo dell’informazione scrivendo del santo che oltre mille anni fa evangelizzò la Polonia e i Paesi slavi, il vescovo Adalberto. Nell’Europa dell’Est è veneratissimo: fu canonizzato appena due anni dopo la morte grazie alla pressione dei fedeli che lo volevano «santo subito». Senza un papa polacco, quel monaco benedettino martire dei prussiani non avrebbe ridestato nessun interesse in Occidente, e nel mio piccolo avrei avuto una vita professionale diversa.

A volte si pensa ai santi come figure edificanti ma lontane, irraggiungibili, circonfuse di un’eccezionalità preclusa alla gente normale. Oppure a taumaturghi, oggetto di un culto miracolistico che sconfina nella superstizione. Il movimento di popolo legato a Giovanni Paolo II capovolge queste convinzioni. Un uomo che chiunque ha visto almeno in tv, all’inizio apparso un eroe d’altri tempi e morto vecchio, muto, sfiancato come tanti nostri anziani. Un personaggio che non nascondeva le proprie passioni, che scriveva poesie, amava il teatro, faceva sport, coltivava le amicizie, chiedeva perdono. È convinzione diffusa che la fede mortifichi l’umanità di una persona, la costringa a sacrifici e rinunce, mentre in papa Wojtyla è lampante l’opposto, cioè l’esaltazione dell’umano. Con la sua beatificazione, il papa che ne ha raccolto la difficilissima eredità lo indica come esempio di che cosa può fare Cristo di un uomo che si lascia prendere da lui.

È evidente anche l’abisso che separa il mondo intellettuale da quello della gente normale. Per l’elite intellettuale, il papa polacco fu da subito il rappresentante di un cattolicesimo tradizionalista, antimoderno, trionfante e poco dialogante: fu accolto molto peggio di Benedetto XVI. Esaltato quando fece cadere il comunismo ma ignorato quando criticava gli eccessi del liberismo e aspramente contestato se si opponeva ad aborto ed eutanasia. Eppure il popolo dei fedeli gli si affezionò immediatamente, e gli si strinse vicino quanto crescevano l’irrisione e la sofferenza. La sua passione missionaria era contagiosa e ha riportato davanti agli occhi di tutti un fatto molto semplice: che la fede si rende interessante e persuasiva attraverso un incontro umano. C’è questo, dietro l’impressionante tributo di affetto per Giovanni Paolo II ripetutosi sei anni dopo i funerali.