Lascerei da parte le polemiche – scontate – su Berlusconi per approfondire una questione diversa: il risultato della Lega. Che è tutt’altro che esaltante. Nelle grandi città non sfonda, a Milano arretra, a Torino non mette a frutto il buon lavoro del governatore Cota, a Bologna supera il 10 per cento ma gli obiettivi “veri”, cioè arrivare al ballottaggio e – forse soprattutto – superare il Pdl come era successo in Veneto, sono stati mancati. Clamoroso è poi il risultato di Gallarate, dove il Carroccio è sceso in campo contro Pd e Pdl con un nome di un certo peso (il consigliere di amministrazione Rai Giovanna Bianchi Clerici) che non andrà al ballottaggio nonostante i comizi quasi quotidiani di Bossi.
Ieri sera il Senatùr ha lasciato che parlassero i colonnelli Calderoli e Castelli. A Bologna il commissario del partito Rosi Mauro ha annunciato ricorsi per presunte irregolarità nel voto e nello scrutinio: una mossa inattesa che denota nervosismo. Un campanello d’allarme era già suonato l’anno scorso, quando Zaia in Veneto divenne governatore senza incrementare i voti raccolti dalla Lega nel 2008. Il Carroccio ha forse toccato il massimo dei consensi?
Alle amministrative ha prevalso il voto di protesta. Grillo ha rubato voti a sinistra ma anche al centrodestra. Pisapia è in vantaggio anche grazie all’apporto della sinistra radicale, che a Bologna ha superato il 10 per cento ed è stata decisiva per l’elezione di Merola al primo turno. A Napoli la protesta è stata catalizzata da De Magistris e il candidato moderato e istituzionale del Pd resta escluso dal ballottaggio. Chi non riesce più a intercettare il sentimento anti-sistema è proprio il Carroccio, che pure era nato avendo nel Dna la rivolta contro la stessa forma dello stato repubblicano, e ora è la quinta colonna di Napolitano dentro la maggioranza.
Berlusconi ha senz’altro fatto male i conti, l’impopolare Moratti ha sbagliato ad attaccare Pisapia in quel modo, ma anche Bossi paga pegno. Ha puntato molto sul federalismo, una riforma epocale ma ancora impaniata nella rete delle burocrazie. Ha un bravo ministro dell’Interno, che tuttavia ha segnato il passo con la nuova ondata migratoria dal Nordafrica. Ha buoni amministratori locali i quali però non sembrano in grado di fare la differenza fuori dai loro territori. La Lega andò al governo nel 1994 e, sia pure a corrente alternata, ha sempre accompagnato il percorso di Berlusconi: gli elettori cominciano a chiedere conto anche a loro se vogliono essere una forza “di lotta” o “di governo”. Nella maggioranza qualcosa cambierà.
Ma il dilagare del voto anti-sistema è un allarme anche per il Pd, che pure si proclama vincitore di questa tornata. Il Pd vince con Fassino, per il resto riedita la vecchia ammucchiata prodian-ulivista. Con la differenza che Vendola, Grillo e Di Pietro non rappresentano più gli ultimi resti di ideologie passate come Bertinotti e Boselli, ma forze di protesta fortemente ostili al progetto riformista. A sinistra c’è una dispersione di voti ancora maggiore che a destra nell’assenza di una vera strategia politica nel momento in cui Berlusconi perde colpi. Chi saprà rilanciare una proposta ideale capace di frenare la crisi di tutto il sistema?